Rossella Boriosi

Capita che le persone mi raccontino storie. Donne, perlopiù, che a un certo punto delle loro vite sono state costrette a reinventarsi. Le loro sono storie intense, belle, di persone con tanto da dire e molto da fare e che non si riconoscono nella rappresentazione che di loro danno i media, indecisi tra Sora Lella e Belén. [mediakit]

Abbasso i tacchi

tacchi
“Quando si impara una parola mai usata prima, il suo suono si scolpisce con potenza nella nostra mente.
Viceversa, se ripetiamo una parola ininterrottamente, il significato evapora e diventa suono.

Lo avevo pensato mentre caracollavo sui tacchi evitando si scivolare dalle scale di granito reso liscio dalla pioggia e dall’usura. Un pensiero che poco aveva a che fare con la situazione – la pioggia fitta e fastidiosa, il freddo, la sensazione di instabilità – eppure legato a filo rosso a un condizione che non riuscivo a mettere a fuoco.

Avevo indossato capi che erano rimasti a sedimentare nel guardaroba da anni: gonna, tacchi, una giacca smilza avvitata. Sarei stata davvero bene se non mi fossi sentita così lontana da me. Perché la mia vita mi aveva portato a preferire cose pratiche, maglioni morbidi, scarpe basse. Giorno dopo giorno quella che doveva essere un’eccezione a un abbigliamento più curato era diventata il mio modo di pormi e adesso, con i miei vecchi abiti addosso, non mi riconoscevo più. Non era più il mio suono, quello, le sillabe mi arrivavano stonate.

Non mi dispiaceva. Qualche anno prima ero abbandonata alla corrente e la corrente mi aveva portato altrove, lontana dalla donna che ero stata. I tacchi bassi – suono nuovo e inusuale solo qualche anno prima – erano diventati il mio modo di camminare sul mondo.

“Ripensaci!” mi aveva sgridato Micol “Alla nostra età bisogna issarsi su un tacco dodici e guardare il mondo con la dall’alto – algide, distanti, sussiegose”. Lo aveva detto ridendo e avevo riso anch’io, ma la pensavo diversamente.

Quello che pensavo io è che alla nostra età si abbia il permesso di fuggire lontano da ogni “devi“, “bisogna“, “è necessario“, soprattutto quando questi imperativi riguardano il nostro modo di vestire.

Quello che pensavo io è che la parola tacchi era quotidiana e mi era diventata straniera. “Avrebbe dovuto essere il contrario”, insisteva Micol, “è soprattutto nell’età di mezzo che si deve pretendere stile ed eleganza!”

Ha ragione, lo so. Otto centimetri ben piazzati fanno la differenza tra una falcata sexy e una camminata ordinaria. Ma ascolta: tacchi. Tac-chi. Lo senti come suona male? Evoca inciampi, scarpe strette, camminata cauta. Un suono che non mi piace più.”

(Per associazione di idee: Tacco 12: istruzioni per l’uso per diventare belle, fighe e pure simpatiche)

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