Rossella Boriosi

Capita che le persone mi raccontino storie. Donne, perlopiù, che a un certo punto delle loro vite sono state costrette a reinventarsi. Le loro sono storie intense, belle, di persone con tanto da dire e molto da fare e che non si riconoscono nella rappresentazione che di loro danno i media, indecisi tra Sora Lella e Belén. [mediakit]

Buchi neri

Me ne stavo seduta con la schiena dritta e le gambe sotto il tavolo, la pancia in dentro tentando di nascondere la gravidanza.  La terza. Avevo 42 ani e mi vergognavo molto di quella maternità tardiva, perché non me la potevo permettere, per lo più, e poi perché combattevo ancora con la prima infanzia delle figlie più grandi. Il cameriere intuì il mio imbarazzo. “È una buona cosa, una cosa da festeggiare” mi disse. “Bisogna sempre essere contenti quando le famiglie crescono. È quando diminuiscono che bisogna piangere. Quella pancia, ne sia fiera“.

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Aveva ragione, e io non ci avevo mai pensato. Da quel momento in poi iniziai a essere felice e a farci caso. Tutti i nuclei familiari che mi gravitavano attorno erano pieni di gente: genitori, suoceri, figli, sorelle, zii, un tripudio di cugini. Ero ricca. Ero consapevole che quel gruppo non sarebbe mai più stato così affollato, che prima o poi qualche statuina del presepe sarebbe caduta lasciando uno spazio vuoto. Uno zio anziano, magari, o persino un genitore.

Ma le cose non vanno mai come ipotizziamo, e la prima figurina a cadere è una sorella. Nel momento in cui scrivo è ancora qui, instabile. Più o meno ogni giorno un dottore ricorda che cadrà, che è prossima, forse già domani, o persino oggi, adesso. L’ho vista dondolare da mesi e ancora non sono pronta a lasciarla andare.

“Non essere egoista, lasciala, lasciala” dice Sara, la terza sorella. Ha ragione lei, Silvia ha già superato quel punto della sofferenza in cui la morte non è più un timore ma una speranza. Ma io non sono pronta. Non sono pronta, non sono pronta. Ieri non ho avuto notizie per quattro ore, impazzivo. Cosa c’è da impazzire, mi dico adesso, si sa come va a finire questa storia. Ma io non sono pronta.

Perché il vuoto lasciato da quella statuina non è solo un’assenza, ma un buco nero che assorbe la luce attorno a sé. Sono stata così fortunata, mi dico adesso, non ho conosciuto il dolore del lutto se non a cinquant’anni. Invece, la gente ne è piena. Se guardo la filigrana delle persone che ho accanto ecco comparire i buchi neri che si portano nell’animo, l’assenza di un genitore, di un amico, di un coniuge, di un amore. Presto ne avrò uno anche io, ha già iniziato a formarsi, il mio buco nero, ché se mia sorella muore con lei muore la mia infanzia, l’adolescenza, i Cure, certi sabati sera vuoti di amici e di risate in cui rimanevamo sole io e lei, sfigate, a guardare MTV. Se Silvia muore muoiono i primi amori, le risate, Porto Recanati, l’infelicità che ci portavamo dentro non se la ricorda più nessuno. Prima no, prima io ricordavo la sua e lei la mia, ma se se ne va, che me ne faccio della sua tristezza adolescenziale.  Rimane solo la mia, immensamente sola. La tua  comunque, Silvia, rimane stretta nella mia mano.

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One Comment

  1. Mariarosa

    11 luglio 2018 at 23:58

    Sono commossa dal tuo dolore. Non ho mai condiviso i sentimenti che tu hai vissuto con tua sorella e credo di avere poi allargato di molto la famiglia per condividere altro. Le persone con cui condividiamo un pezzo di vita restano comunque parte di noi e spesso ci rendono migliori, o quanto meno fanno di noi quello che siamo, con i nostri affetti, i libri che abbiamo letto, i film che abbiamo amato e le persone che ci hanno “segnato”.
    Tu sai dar parole al dolore, e non è poco.

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