Rossella Boriosi

Capita che le persone mi raccontino storie. Donne, perlopiù, che a un certo punto delle loro vite sono state costrette a reinventarsi. Le loro sono storie intense, belle, di persone con tanto da dire e molto da fare e che non si riconoscono nella rappresentazione che di loro danno i media, indecisi tra Sora Lella e Belén. [mediakit]

Cosa significa volersi bene

running mom
“Ero sul lungomare a far ginnastica – sai, quella mezz’oretta in cui porto la bambina a prendere un po’ d’aria e ne approfitto per fare del movimento. Era quasi ora di rientrare a casa ed è stato proprio mentre stavo finendo la mia camminata a passo veloce  che ho assistito ad una scena davvero spiacevole: dall’altro lato del marciapiede c’era un uomo che spingeva una carrozzina mentre dietro, a un paio di metri di distanza, lo seguiva una donna col capo chino che stringeva fra le braccia un fagottino piccolissimo, forse di pochi giorni.
L’uomo a tratti rallentava e inveiva contro la donna, le urlava contro tante di quelle cose in malo modo tanto che non ho potuto fare a meno di fermarmi. Ma ero dall’altro lato della strada e non sapevo cosa fare.
Ho rallentato e iniziato a camminare parallelamente a loro. Avevo paura che quell’uomo da un momento all’altro sferrasse un colpo alla compagna. Lo tenevo d’occhio, capivo che lei aveva bisogno di essere protetta. Credo che anche lei si sia accorta che ero là a seguirli, forse ha persino sperato in un gesto forte da parte mia, un richiamo magari, ma davvero non sapevo cosa fare. Ho continuato a seguirli per alcuni minuti mentre lei mi guardava di sottecchi, uno sguardo che era un misto di imbarazzo e speranza, non so come meglio dire. Come se in quel momento fossi stata per lei un’ancora di salvezza, ecco. Uno sguardo che mi ha riempito di rabbia e frustrazione e che ancora mi fa star male. Non so dire se anche lui mi abbia visto. Se anche è successo, se n’è fregato. Ho camminato a fianco a loro sull’altro marciapiede finché mia figlia s’è messa a piangere, iniziava ad avere fame. Allora ci siamo date un ultimo sguardo. Il mio era di incoraggiamento, il suo non so.

Sono tornata a casa molto amareggiata, con un senso di inquietudine e fallimento, e mentre spingevo il passeggino nel portone di casa ho avuto un’epifania. Ho ricordato le parole di mia nonna. Meglio ancora: le ho capite. Io credevo di averle capite sempre e invece no, non era così.

“Se hai un lavoro, sei libera” mi diceva sempre. E infatti io ho un lavoro e un reddito miei.

“Non importa quanto sei innamorata del tuo compagno. Devi chiederti: è una scarpa comoda per il mio piede? Deve esserlo, ché dovrete fare molta strada assieme” mi diceva. E difatti col mio sto benissimo, ci rispettiamo, ci divertiamo e sappiamo rimanere in silenzio per ore senza sentirci soli.

Devi amarti” mi diceva ancora la nonna. Ed è qui che mi sono accorta di averla fraintesa. Non so come possa essere successo, ma io avevo creduto che amarsi significasse prendersi cura di se stessi. Io lo faccio: mangio sano, leggo buoni libri, curo corpo e mente. Credevo bastasse. E invece no. Grazie a quella coppia incontrata per caso ho capito all’improvviso che volersi bene significa non permettere a nessuno di farci violenza, che sia psicologica o fisica. Pazzesco, eh? Una cosa così ovvia, ci ho messo quasi quarant’anni a capirla. Ma pazienza: è questa la prima cosa che insegnerò a mia figlia”

 

(per associazione di idee, due libri: Donne che corrono con i lupi e Il risveglio della Dea )

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