Rossella Boriosi

Capita che le persone mi raccontino storie. Donne, perlopiù, che a un certo punto delle loro vite sono state costrette a reinventarsi. Le loro sono storie intense, belle, di persone con tanto da dire e molto da fare e che non si riconoscono nella rappresentazione che di loro danno i media, indecisi tra Sora Lella e Belén. [mediakit]

Ricostruzione, fase 4: disintossicazione

È successo senza che lo avessi previsto, né voluto: nella prima settimana di agosto sono andata in burn-out.

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L’estate, per chi lavora da casa, è un inferno umido e appiccicaticcio in cui si tenta l’incastro perfetto tra le esigenze dei figli e i propri impegni.
«Anche per chi lavora in ufficio» mi sgrida Giulia ma non è vero, è diverso, è peggio. Il lavoro fuori casa consente camere di decompressione e conversazione adulta, mentre per chi non esce dal perimetro delle pareti domestiche il lavoro è uno strazio di continue interruzioni con la televisione in sottofondo, «Abbassa il volume e smettila di picchiare tuo fratello.»

Nervosismo, sudore, tedio, scadenze, incastri. La fatica dell’anno passato ancora sulle spalle. E i pensieri sono andati sfilacciandosi per poi dissolversi del tutto.
«Dove hai messo i libri scolastici che dovevo vendere?»
Non lo sapevo
«Hai pagato la mensa scolastica?»
Non lo sapevo più. Più aumentava il senso di straniamento alla mia stessa vita, più mi affannavo nel tentativo di riprenderne le fila. Giravo a vuoto sprecando quello che restava delle mie energie, nella convinzione che se mi fossi fermata tutto quanto sarebbe precipitato: famiglia, lavoro, casa.

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Per questo, quando mi sono trovata di fronte tutto quel bianco e quell’azzurro, non ho capito subito che avrei potuto lasciarmi andare. Nei primi due giorni di vacanza ho riprodotto le abitudini di sempre, ma il terzo mi sono disconnessa dai miei impegni reali e dalla mia vita virtuale. Niente email, niente messaggi. E io mi sono trovata nella singolare situazione di cercare di pensare a qualcosa che non avesse a che fare con le contingenze del momento, senza riuscirci.

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Pensieri bianchi, forza d’inerzia. Una sensazione sottile di panico e la convinzione che non sarei riuscita a riprendermi, che la mia mente sarebbe rimasta tabula rasa per sempre. Dunque, tanto valeva lasciarsi andare.

Le giornate hanno cominciato a comporsi per sottrazione. Gran parte della roba che avevo portato da casa si è rivelata inutile, così come si è rivelato inutile che tentassi di dare orari, mettere ordine, fare programmi. Non era richiesto che cucinassi, organizzasi, facessi alcunché. Non servivano abiti puliti o shampoo districanti, o prodotti igienizzanti, o cellulari. Bastava il silenzio il silenzio e il rifrangersi ritmico delle onde. E il vento.

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La vita continuava anche se sprecavo il mio tempo senza fare niente.

E in tutta quell’assenza di azione e di pensiero le idee hanno ricominciato a nascere, le forze a tornare. Avevo lasciato spazio agli altri e questi se lo erano preso consentendo a me chiudere gli occhi e concentrarmi solo me stessa, una cosa che non facevo da… Non lo so da quanto.
Quando alla fine sono tornata a formulare pensieri di senso compiuto questi erano diversi dai quelli che mi avevano accompagnato sino a qualche giorno prima.

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«È a questo che servono le vacanze: a disintossicarci da noi stessi e dalle nostre abitudini. A resettare le nostre vite» ho detto a Giulia piena di pigolo e di ritrovato entusiasmo.
«Cazzate» ha risposto lei. «Da qui alle prossime sarai di nuovo sopraffatta e a fine ottobre neanche ricorderai di esserti riposata ma, finché dura, mettilo da parte per i giorni di pioggia»

Forse Giulia ha ragione – le persone prosaiche ce l’hanno sempre – ma per me si sbaglia. Dieci giorni sono stati sufficienti per ossigenare la pelle e i pensieri, abbronzarsi, asciugare il punto vita e la vita stessa, togliere le sovrastrutture, limare le esigenze, liberare la pelle dal trucco e dalle rughe del pensiero.

«Passerà» insiste Giulia.

Sì, va bene, passerà, ma il mare rimarrà lì ad accoglierci ogni qualvolta ne avremo bisogno. E questo basta a darmi la forza per ricominciare.

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