Rossella Boriosi

Capita che le persone mi raccontino storie. Donne, perlopiù, che a un certo punto delle loro vite sono state costrette a reinventarsi. Le loro sono storie intense, belle, di persone con tanto da dire e molto da fare e che non si riconoscono nella rappresentazione che di loro danno i media, indecisi tra Sora Lella e Belén. [mediakit]

Dostadning, ovvero: le pulizie “della morte” da fare in vita (per migliorarla)

Dostadning: consiste nel «fare le pulizie della morte» prima del tempo, appena si va in pensione, per liberarsi del superfluo e scegliere l’essenziale, e così risparmiare ai figli, quando sarà il momento, la fatica fisica e psicologica che sto facendo io adesso. Si vede che i miei genitori non la conoscevano.
Così scrive Antonio Polito in questo bellissimo articolo pubblicato nel magazine del Corriere della sera “7”.

È abitudine di molte persone anziane quella di conservare gli oggetti di uso comune “perché non si sa mai”, perché rappresentano un ricordo, perché sono parte di una collezione, perché andavano di moda trent’anni prima e ci si fa scrupolo a disfarsene.

Io, che da sempre pratico la spoliazione terapeutica di tutto ciò che mi zavorra ben prima che Marie Kondo ne facesse uno stile di vita, osservo con una certa apprensione vecchie bomboniere e ammennicoli vari che fanno mostra di sé nella casa dei miei genitori. L’incredibile quantità di denaro investito nell’acquisto di una enciclopedia ormai obsoleta; le lenzuola ricamate a mano “troppo belle per essere usate”, ormai ingiallite e rovinate dal tempo; i piatti del “sevizio buono” che languono da anni dentro una credenza; i capi di guardaroba ostinatamente tenuti nell’armadio anche se non non vengono indossati da anni.

Eppure, tutto quel superfluo contiene degli insegnamenti.

Il primo: gli oggetti vanno goduti. Sono cresciuta con l’idea che le cose belle dovessero essere conservate e non utilizzate. In questo modo ho potuto indossare le felpe Best Company quando Kurt Cobain già era cadavere, e stendere sul letto lenzuola di lino quando ormai ero convertita alla praticità del copripiumino. Gli oggetti dovrebbero essere funzionali alle nostre vite, evitarne l’uso nel timore di rovinarli significa privarli del loro scopo (nei casi più gravi, infondere la convinzione di non meritarseli).

Il secondo: quando ciò che si conserva non infonde più alcun piacere alla vista, bisognerebbe trovare il coraggio di passarlo a chi ne può godere. In questo modo gli si ridà dignità e scopo, si recupera spazio, si fa una buona azione.

Il terzo: credo che si dovrebbe vivere la propria vita senza caricarla delle vite degli altri, dei loro ricordi e di ciò che per loro era importante. “Gli oggetti e la stratificazione di emozioni su di essi possono costituire un blocco, talvolta insormontabile. La maggiore dipendenza emotiva dalle generazioni precedenti può andare nel patologico, fino a raggiungere una disposofobia fisica ed emotiva che ti blocca la vita. Il rischio è che la cura degli oggetti diventi una canalizzazione di energia vitale che ti allontana dal tuo presente e ti rende durissimo il futuro. Un vero blocco emotivo, persino alienante.
Dobbiamo dare spazio ed energia ai ricordi, non agli oggetti nella loro materialità. Il significato, il messaggio di ciascun oggetto, è attaccato al suo ricordo, non alla sua fisicità. C’è qualcosa di profondamente malsano nel fare un museo di una vita, i ricordi ci devono bastare. Altrimenti gli oggetti rischiano di essere l’anticamera di un disagio”
Sono le parole di un post in cui sono inciampata. Non conosco l’autore, ma ne condivido il pensiero.

E dunque, è giusto lasciare a qualcun altro lo strazio di liberarsi di ciò che è stato nostro? Secondo Polito, sì. “Forse farò così anch’io” – scrive – “niente pulizie della morte prima del tempo. Forse bisogna lasciare ai figli questo compito, quasi un rito di passaggio: si diventa davvero adulti solo quando si chiude la casa del padre.”
A me, invece, mettere le mani su cose appartenute ad altre vite trasmette il disagio della dissacrazione e mai vorrei che le persone che amo soffrissero ulteriormente attraverso ciò che ho conservato. Per questo ho già fatto sparire pacchi di lettere d’amore, qualche diario e forse qualche capo di vestiario che oggi indosserei ancora volentieri – ma tant’è. Credo, infine, che la casa del padre debba chiudersi alle nostre spalle ben prima della dipartita dei genitori, recuperando l’indipendenza emotiva necessaria per essere adulti.

Nel caso non sopportiate Marie Kondo, mentre la pratica del dostadning è di vostro interesse, suggerisco di leggere “L’arte svedese di mettere in ordine. Sistemare la propria vita per alleggerire quella degli altri”.

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