Rossella Boriosi

Capita che le persone mi raccontino storie. Donne, perlopiù, che a un certo punto delle loro vite sono state costrette a reinventarsi. Le loro sono storie intense, belle, di persone con tanto da dire e molto da fare e che non si riconoscono nella rappresentazione che di loro danno i media, indecisi tra Sora Lella e Belén. [mediakit]

E dopo, cosa farai?

lara

«E dopo, quando i figli saranno cresciuti e ti ritroverai a casa da sola, che farai?»

È la grande preoccupazione di mio marito, questa: sapere cosa farò di me stessa quando il nido sarà vuoto. Me lo chiede sempre, spesso via Skype visto che lavora e vive all’estero. In India, questa volta, ma prima era la Polonia: quasi diciotto anni vissuti in Paesi diversi e adesso in diversi continenti.

«Dopo, che farai?» chiede ancora, e per quelle strane associazioni mentali che nascono da sole ecco materializzarsi davanti ai miei occhi un fermo-immagine dei Mondiali di calcio del 2006. L’Italia deve tirare l’ultimo rigore, quello decisivo, e io non ho il coraggio di guardare la tivù. Guardo le mie bambine, invece, abbracciate tra loro e come me in attesa. Goal! Lancio un urlo selvaggio, le bambine sussultano e mi fissano sgomente. Erano così piccole, e io le avevo spaventate. I codini biondi di Lara, le ciglia lunghe di Erika.

Dieci anni dopo Lara ha tinto i suoi capelli di azzurro e Erika sottolinea la profondità del suo sguardo con abbondanti passate di mascara. A loro si è aggiunto un altro figlio ancora e io non lavoro più. O meglio: non lavoro in ufficio, ma non ho smesso di correre. Corro dietro le collaborazioni che mi permettono di pagare l’affitto, corro dietro i figli. Li accompagno dall’amica, al centro estivo, in piscina, al centro commerciale, li porto al compleanno, al parco, passo in segreteria, li iscrivo in palestra, ai corsi di inglese. Lascio, riprendo, organizzo, lavoro, sbaglio.
Cose che facciamo tutti, il problema è che da queste parti sono l’unica che possa farle e talvolta capita che il peso di questa normale, ordinaria, serena quotidianità mi precipiti addosso all’improvviso. Succede soprattutto in estate, quando le giornate sono lunghe e  non si sa bene come riempirle. In quei momenti l’incastro tra le loro esigenze e le mie si inceppa, vado in tilt, vengo assalita da ansia e senso di sopraffazione. Ogni richiesta è una di troppo, ogni suggerimento una recriminazione che proprio non posso accettare. Traccheggio, boccheggio, sbotto. Guardo le mie figlie, come dieci anni prima: attraversano quell’interregno in cui non si è più bambine né ancora adulte e spingerle avanti è faticoso, molto più faticoso di quanto non sia con Davide, che di anni ne ha ancora otto. E molto più costoso, anche.

«C’è ancora un sacco di tempo prima che i ragazzi lascino il nido, purtroppo» sospiro.

«Sì, d’accordo. Davide avrà diciotto anni tra altri dieci.» insiste lui «Ma dopo, quando anche lui se ne sarà andato, che farai?»

Intendi dire dopo che avrò spinto Erika sulla cima dell’età adulta e aiutato Lara a far altrettanto? Dopo che avrò attraversato le turbolenze dell’adolescenza dell’ultimogenito a un’età in cui mia nonna era nonna da un pezzo? Dopo che sarò riuscita a far quadrare il cerchio riuscendo a realizzare l’incastro perfetto tra la mia autonomia e la loro?

Dormirò, credo.

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