Rossella Boriosi

Capita che le persone mi raccontino storie. Donne, perlopiù, che a un certo punto delle loro vite sono state costrette a reinventarsi. Le loro sono storie intense, belle, di persone con tanto da dire e molto da fare e che non si riconoscono nella rappresentazione che di loro danno i media, indecisi tra Sora Lella e Belén. [mediakit]

Figli della generazione Erasmus

L’ultima volta che li ho visti tutti assieme è stato due anni fa – mia figlia e i suoi amici. Si stavano preparando per l’imminente esame di maturità e tra un pomeriggio di studio e l’altro si tuffavano in un tourbillon di feste e serate in compagnia. Erano sempre sopra le righe, almeno così mi pareva. Finita una serata in discoteca c’era chi prendeva in affitto un casolare per un fine settimana da passare tutti assieme, chi si procurava i biglietti per il concerto del cantante del momento, chi si innamorava, chi aveva il cuore spezzato, chi litigava con gli amici e per qualche tempo non lo si vedeva più.
Tutto troppo, troppo. Credevo sarebbero sempre stati così: frivoli, sciocchini, la vita vissuta col piede sull’acceleratore.
Poi mia figlia è partita, gli amici hanno preso ciascuno la propria strada – università, lavoro – e li ho persi di vista.

Quando la ragazza torna a casa, ricevo loro notizie. C’è chi si sta laureando e chi ha già un lavoro, chi fa entrambe le cose, chi è andato all’estero e non torna più. Alcuni di loro sono diventati genitori, qualcuno si è persino sposato, “ché quando si ha ama non ha senso aspettare“.

E così me li sono trovati fuori dall’adolescenza, adulti all’improvviso. Mi ha fatto effetto. Non perché fossero diventati adulti quando ancora li ricordavo ragazzini, ma perché lo erano diventati a un’età in cui io mi trovavo immersa nei pantani di una lunghissima adolescenza. Non erano tanto i loro impegni di studio o di lavoro a stupirmi, quanto l’atteggiamento di persone mature e presenti a se stesse che mostravano di avere.
Da cosa nasceva?

Secondo me, da due fattori: la crisi economica che ha messo tutti di fronte alla necessità di non procrastinare la ricerca del lavoro, e il fatto che i loro genitori si fossero misurati col mondo là fuori quando avevano la loro età.

Quando partivamo per università straniere grazie al progetto Erasmus ci confrontavamo con coetanei già alle prese con la vita adulta. Scoprivamo che nei Paesi anglosassoni ci si laureava a 21, 22 anni e poi si partiva per il gap year a scoprire il mondo, mentre noi ci crogiolavamo nella vita studentesca di futuri fuoricorso, l’appuntamento con le responsabilità rimandato a data da destinarsi.
Per molte persone che conosco quel confronto con stili di vita così diversi è stato determinante per fare un cambio di passo. Credo sia stato anche grazie a quelle esperienze se molti genitori sono riusciti a responsabilizzare i figli rendendoli giovani adulti anziché farne adolescenti a tempo indeterminato.

Oggi dedico ogni risparmio per spedire i miei figli “là fuori”, perché possano confrontarsi con altre mentalità e stili di vita, decidere cosa fare da grandi e dove. Mi piacerebbe avessero la possibilità di viaggiare molto e vorrei che approfittassero delle tante possibilità che la scuola e i programmi europei mettono a disposizione.
Nei prossimi post parlerò di queste possibilità, per condividere quello che ho imparato sinora. Come diciamo da queste parti: stay tuned

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