Rossella Boriosi

Capita che le persone mi raccontino storie. Donne, perlopiù, che a un certo punto delle loro vite sono state costrette a reinventarsi. Le loro sono storie intense, belle, di persone con tanto da dire e molto da fare e che non si riconoscono nella rappresentazione che di loro danno i media, indecisi tra Sora Lella e Belén. [mediakit]

Giovanna Vitacca, Grimilde per gli amici

«.. alla fin fine credo di essere più strega cattiva che fata buona.
Quando dico cattiva non intendo persona predisposta a fare del male o negativa, ma forte di un sano egoismo che in ogni momento della propria vita trova quel briciolo di cinismo per andare avanti lo stesso e rinascere dalle brutte situazioni più resiliente che mai.»

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A parlare è Giovanna Vitacca, partner Duel , una quarantaduenne con l’aspetto etereo di una Biancaneve contemporanea. Una professionista della comunicazione ma, prima ancora, una persona con cui andrei volentieri a bere una birra e parlare a ruota libera.

– Giovanna, sei bella, giovane, diafana. Perché ti senti Grimilde?

«Da piccola in effetti sembravo Biancaneve. Buona, brava, ubbidiente, mai un capriccio, la bambina perfetta che tutti pensavano avrebbe avuto un futuro altrettanto perfetto: laureata, in carriera, sposata con un avvocato, benestante e felice.
Mi volevano far vivere una favola e per un po’ ci ho creduto anche io, ma la mia vita non è stata una favola fin dall’inizio ed è proceduta così, con mille vicissitudini e nulla mi è stato regalato; tutto ciò che ho l’ho conquistato con sangue e sudore.
Grimilde lo sono diventata a 18 anni, quando una mattina all’improvviso sono uscita di casa dicendo ‘io vado a vivere da sola’. Quando ho capito che nel mondo non tutti erano buoni, che bisogna sempre essere guardinghi e mai abbassare la guardia perché purtroppo c’è chi è pronto a colpire se pensa che sei debole. Così sono diventata una combattente, una rivoluzionaria, una che andava controtendenza.
Il periodo dell’infanzia e dell’adolescenza sono stati anni di training per imparare a sopravvivere da sola, soprattutto sul piano degli affetti e delle emozioni.
Devo ammettere, all’alba dei 42 appena compiuti, che non è bello vivere pensando di doversi sempre guardare le spalle, io in fondo sono un’ottimista e di primo acchito sono sempre fiduciosa con le persone. Purtroppo le delusioni sono state molte e bisogna gestirle, elaborarle. Oggi ho capito che possono essere una risorsa se le usi come esperienza per trarne fuori qualcosa di positivo. Oggi sono meno arrabbiata, meno impulsiva, meno irruenta nelle mie reazioni. Semplicemente quando sento vicino a me energia negativa, mi allontano, per proteggermi.
Sono Grimilde perché il mio sano egoismo è stato il propulsore per affermare me stessa nel mondo, per dire ‘io esisto’, perché mi ha fatto vivere e rinascere ogni volta, come la fenice più bella e più forte che mai.

– Quante volte sei rinata dalle ceneri?

«Sono nata a Potenza, ma dopo soli 3 mesi mia madre mi ha portato a Milano e così è cominciato il viaggio della mia vita, sempre con la valigia in mano. Hai presente il ‘vento del Nord’ del film Chocolat? Quando spirava la protagonista sentiva che doveva cambiare paese perché doveva esplorare nuove luoghi, quando in realtà doveva semplicemente trovare sé stessa e quindi i suoi luoghi interiori? Ecco mia mamma è come Vianne e io la figlia che per anni non è riuscita ad avere radici e amici.
Oggi a 42 anni il mio viaggio, inteso come cambiamento di luogo fisico dove vivere, è finito, ma questa tensione al viaggio come concetto mi è rimasta dentro perché ho un costante desiderio di cambiamento, di scoprire persone, cose, posti nuovi. Io sono continuamente in viaggio dentro me stessa.
Con queste premesse puoi immaginare quante volte io sia risorta. Vuoi per scelta, vuoi per circostante della mia vita personale, soprattutto, e professionale. Ormai non le conto più. Diciamo che sono pronta e preparata ad accogliere nuovi sconvolgimenti perché sono più loro parte della mia routine che non la tranquillità di una vita in equilibrio.»

Giovanna Vitacca

– Hai raggiunto un obiettivo importante a trent’anni: il conseguimento del diploma in Estetica che volevi ottenere a 18. T’è mai capitato di pensare di sentirti fuori sincrono con la tua età anagrafica?

«Mi sono costantemente sentita fuori sincrono perché sono dovuta crescere in fretta e quindi ho bruciato alcune tappe, mentre altre le ho dovute posticipare… Come appunto il diploma in Estetica.
Mi viene in mente il film Sliding Doors: come sarebbe stata la mia vita se avessi preso il diploma prima? Chissà! Gli eventi si succedono, si concatenano in modo da creare un effetto domino difficile da interrompere e spesso anziché avere il controllo della tua vita la senti scorrere in modo autonomo dalla tua volontà e quando provi a riafferrarla, allora sì, spesso senti di essere fuori sincrono.
Non è mai troppo tardi per cambiare, per dare una svolta, ma comunque sai che hai lasciato qualcosa per strada che non recuperi più. È un classico: vivere certe esperienze a 20 anni non è la stessa cosa che viverle a 40. Sei tu che sei diversa.
Io ho 42 anni, ma per la vita che ho avuto, esperienze accumulate, situazioni affrontate me ne sento 62 .
Però sono come la vecchia di 100 anni che non voleva smettere di imparare e ancora faceva domande sulla vita per sentirsi giovane»

– Ho l’impressione che si stia arrivando a una sorta di età fluida – non ho capito se un’adolescenza protratta oltre il consentito o una mezza età che va dai 18 ai 70 anni. In un mondo che richiede competenze digitali sempre nuove, qual è il valore aggiunto di un professionista “del vecchio ordinamento”?

«Hai ragione. La sensazione è che ci sia molta commistione tra le generazioni. Ma questo è frutto della momento storico che stiamo vivendo.
L’adolescenza va ben oltre l’età canonica perché non trovare lavoro porta i giovani a vivere una condizione di dipendenza dai genitori che in molti casi si protrae ben oltre i 30 anni.
Viceversa assistiamo a situazioni tali per cui il cinquantenne che perde lavoro, ancora una volta, debba rivolgersi ai genitori settantenni per chiedere aiuto. Siamo al paradosso.
Questo fa sì che alla fine le persone di 30 anni e di 50 anni si trovino ad affrontare gli stessi problemi (affermazione, riconoscimento da parte della società, sostentamento…) e quindi non c’è più un percorso di crescita, bensì una sorta di appiattimento: siamo tutti nella stessa barca.
La differenza in questi casi la fa l’esperienza.
Se parliamo dell’ambito digitale che hai citato nella domanda, io sono uno caso esemplare.
Ho lavorato nel marketing e nella comunicazione ‘tradizionali’ per oltre vent’anni, poi tre anni fa, complice la perdita del lavoro, mi sono scontrata con la dura realtà. Il mondo era andato avanti e sono fiorite nuove professionalità nel mondo del digitale e del web che vedono i giovani protagonisti assoluti. I cosiddetti nativi digitali che essendo semplicemente cresciuti a contatto con le nuove tecnologie e fenomeni social hanno una naturale predisposizione a relazionarsi con queste realtà.
Chi come me ha in qualche modo subito queste trasformazioni ha dovuto innanzitutto porsi in una condizione di flessibilità e apertura mentale per recepire i nuovi input e poi rimboccarsi le maniche, studiare per essere nuovamente padroni della materia e quindi competitivi nel mondo del lavoro.
E qui torniamo all’esperienza.
A 30 anni puoi avere sicuramente molte competenze in ambito digitale, io stessa quando sento parlare questi giovani rampanti ai convegni, workshop resto incantata, ma a 40, 50 anni, se ti sei dato da fare per acquisire queste stesse competenze, se fai della curiosità il tuo driver, non puoi che offrire di più al tuo interlocutore. Perché l’esperienza non si studia, quella la conquisti anno dopo anno, vivendo quotidianamente situazioni e difficoltà che portano ad avere un approccio alle cose molto più ampio, complesso e ponderato. Insomma riesci a proporre un valore aggiunto che è più frutto della crescita personale e umana che professionale.
Io oggi offro questo ai miei clienti. Ho studiato come una matta per acquisire competenze sul fronte del Social Media Management, delle Digital PR e ho unito queste nuovi contenuti a tutto il mio bagaglio di esperienza e know how. Ma, soprattutto, quando incontro un nuovo cliente cerco in primis di creare empatia, di stabilire un rapporto sul piano umano, di instaurare un dialogo che metta entrambi in una condizione di benessere, di fiducia.»

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– Giovanna: viviamo epoche meravigliose. Non è una domanda, è un’affermazione. Cosa hai da dire a tua discolpa?

«Io non c’entro, giuro ! Sono una donna che vive il suo tempo e cerca di trarne il meglio. Ma se devo essere sincera, per me questo tempo è troppo veloce. Troppo superficiale, a volte.»

– Mi racconti la tua vittoria più bella e la tua sconfitta più bruciante? E come l’hai superata?

«Non credo di avere una sola grande vittoria. Ho più piccole conquiste.Ho qualche sogno e spero entro questa vita di realizzarne almeno un paio. Le mie più belle vittorie sono i miei figli, senza dubbio.
La sconfitta bruciante.. fammici pensare. Ecco, più che sconfitta, una difficoltà. Ricominciare a 40 anni è dura, soprattutto sul piano psicologico, soprattutto quando hai una famiglia cui dar conto.
Io supero sempre le situazioni negative attingendo alla mia forza di volontà, alla voglia di farcela, di dimostrare, in primis a me stessa, che ci vuole molto di più per mettermi KO. Mi aggrappo allo studio, al lavoro, alle mie capacità e risorse. Per rinascere appunto, l’ennesima volta.»

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