Rossella Boriosi

Capita che le persone mi raccontino storie. Donne, perlopiù, che a un certo punto delle loro vite sono state costrette a reinventarsi. Le loro sono storie intense, belle, di persone con tanto da dire e molto da fare e che non si riconoscono nella rappresentazione che di loro danno i media, indecisi tra Sora Lella e Belén. [mediakit]

Homeschooling e altre stranezze

«Avendo la possibilità economica di poter restare a casa e seguire i figli nel loro percorso scolastico, avendo le competenze didattiche e pedagogiche per farlo, fidandovi del vostro istinto e quello dei vostri figli, avreste il coraggio e la forza di seguire una formazione più libera da schemi e regole sovrastrutturali?»

«No. I bambini devono stare in ambienti più vari per scoprire la diversità, i conflitti, le frustrazioni, anche. L’homeschooling non offre niente di tutto questo. crea ragazzini molto abili, ma inesperti della vita.»

homeschooling-captain-fantastic

Lo scambio di battute sopra riportato è stato pubblicato in un forum con focus sulla genitorialità. La risposta tranchant non è mia, ma potrebbe esserlo: io, quando sento parlare di homeschooling, mi innervosisco e mi agito tutta. Ma dovrò farci l’abitudine.

Sconosciuto fino a qualche anno fa, l’homeschooling rappresenta un’alternativa per le famiglie deluse dall’offerta formativa tradizionale o refrattarie all’obbligo vaccinale; magari si può perfino insinuare il personaggio interpretato da Viggo Mortensen in Captain Fantastic – educatore in grado di insegnare ai propri figli disciplina, pensiero critico e lingue straniere – ha contribuito a dare notorietà e un tocco glamour a una modalità educativa ancora poco praticata.
Oggi sono circa millecinquecento le famiglie italiane che scelgono l’educazione parentale, anche loro con una propria filmografia di riferimento: non il fantastico Viggo ma documentari quali, ad esempio, “Figli della libertà” (contrapposti ai figli della schiavitù, suppongo, cioè quelli costretti a intraprendere il percorso scolastico tradizionale).

Tra i genitori che si fanno carico in prima persona dell’educazione dei figli c’è Caterina, mamma di una ragazzina di dieci anni. La incontro e subito le chiedo: ma chi te lo fa fare?

Il desiderio di offrire a mia figlia un’educazione su misura per lei. Se avessi voluto darle un’educazione standardizzata l’avrei senz’altro mandata a scuola, ma volevo che mia figlia imparasse a vivere con responsabilità e autonomia, che acquisisse consapevolezza di sé e di ciò che la circonda senza subire giudizi di valore. Il sistema scolastico tradizionale ha minato profondamente la mia autostima, non riconoscendo le mie tante peculiarità, e ho voluto evitare che a mia figlia potesse accadere la stessa cosa. Mio marito si è detto d’accordo, così abbiamo deciso di farci direttamente responsabili della sua crescita non solo intellettiva e culturale, ma anche emotiva: una responsabilità troppo grande per essere delegata a terzi”.

Al termine di ogni anno scolastico la ragazzina viene sottoposta agli esami pubblici affinché possa essere ammessa alla classe successiva. Finora la piccola homeschooler ha dimostrato di avere acquisito non solo le competenze richieste, ma anche una presenza a se stessa e una autonomia di pensiero che le sono valse le congratulazioni della commissione esaminatrice.
Io però non sono ancora convinta. È legale tutto questo?

“Certo che lo è” – risponde Caterina – “L’art. 34 della Costituzione dispone che l’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita, sancendo quindi l’obbligatorietà dell’istruzione ma non della frequentazione della scuola. L’art. 30 recita : “È dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli”, sottolineando quindi la responsabilità primaria dei genitori nel progetto educativo. A questo bisogna aggiungere che i moderni orientamenti ministeriali sembrano appoggiare la nostra scelta: le nuove direttive pongono l’accento sulla libertà di insegnamento, l’autonomia didattica e la libera espressione culturale dei docenti – di fatto i punti di forza dell’educazione parentale. Noi genitori di homeschooler siamo chiamati a dimostrare di avere la capacità tecnica a insegnare – ma per questo è sufficiente una autocertificazione – e ogni nuovo anno scolastico dobbiamo comunicare la nostra scelta al Comune di residenza e alla direzione didattica di competenza. Per contro, la scuola pubblica può esercitare dei controlli nel caso vi siano “forti dubbi” sull’assolvimento dell’obbligo, oppure nel caso la famiglia sfugga a ogni contatto. Sulla base di un recente parere espresso dal Consiglio di Stato, poi, la scuola parentale può essere praticata fino ai 16 anni e io intendo arrivare sin lì”

Non si corre il rischio di fare della famiglia una monade chiusa in se stessa, autarchica ed estranea a ogni contesto sociale?

A quanto pare, no: le famiglie di homeschooler, spiega Caterina, non sono sole perché l’aggregazione in cooperative con persone che fanno lo stesso percorso è una conseguenza quasi fisiologica; inoltre possono contare su molti aiuti, dai siti dedicati all’homeschooling – controscuola.it, edupar.org – ai numerosi blog in cui vengono fornite indicazioni e suggerimenti sui percorsi da seguire. Le attività sportive e ricreative di gruppo entrano nel progetto educativo, completando e arricchendo la vita sociale di tutti.

“Ti ho convinta?” Mi chiede ridendo.
No, affatto. Mi chiedo come si possa crescere senza un gruppo-classe dentro il quale riconoscersi, fare amicizia, innamorarsi, litigare; mi chiedo che ricordi si possano avere, da adulti, senza l’aneddotica che nasce tra i banchi di scuola; mi domando se questo tipo di educazione non manchi di prospettiva, pluralità e di qualche sana frustrazione. Infine, non posso dimenticare che persino il figlio di Viggo Mortesen si ribella a tutto questo.
E se tua figlia un giorno ti chiedesse di andare a scuola, Caterina, cosa farai?

“La manderò, che domande! Alla fine non è quello che fa anche Viggo?”

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