Rossella Boriosi

Capita che le persone mi raccontino storie. Donne, perlopiù, che a un certo punto delle loro vite sono state costrette a reinventarsi. Le loro sono storie intense, belle, di persone con tanto da dire e molto da fare e che non si riconoscono nella rappresentazione che di loro danno i media, indecisi tra Sora Lella e Belén. [mediakit]

Il mio parto è più parto del tuo

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In fila alla posta, una signora guarda insistentemente il pancione di una mamma di attesa. Le sorride, accenna una conversazione.

Il ghiaccio è presto rotto: la donna inizia a spargere a piene mani domande sulla gravidanza, le ragazza si prodiga in risposte.

Non ti affaticare – vorrei dire – alla signora non gliene frega niente del fatto che domani avrai la morfologica. Sta solo cercando un pretesto per raccontare il suo parto”.

E infatti.

Tempo cinque minuti, e l’intero ufficio postale è informato del fatto che la signora vanta in curriculum una sospetta emorragia, rottura anticipata delle acque (“mi sentivo tutta bagnata là sotto!” dichiara a un pubblico costernato), sette ore di travaglio talmente intenso da dover mostrare un paio di posizioni assunte per alleviarne i dolori – il pubblico sempre più sgomento, la ragazza con lo sguardo di chi vorrebbe essere altrove – fino al gran finale: mancata dilatazione e cesareo d’urgenza.

Mannaggia, che peccato! Il pubblico sospira deluso, chi doveva uscire sbuffa e se ne va. Il cesareo ha irrimediabilmente tolto pathos e declassato il parto della signora alla serie B.

Lo sanno bene quelle che hanno affrontato il parto vaginale e possono narrarlo con dovizia di particolari raccapriccianti. Che eroismo c’è nel sentirsi ravanare nella pancia senza che si possa fare alcunché? Vuoi mettere, invece, poter raccontare di urla e dolore, spinte e lacerazioni? L’invidiabile esperienza di far passare un robo di quattro chili e 50 centimetri laddove a malapena entra un pene?

Inutile tentare di nasconderlo: a noi donne piace parlare del nostro parto, soprattutto se nel farlo possiamo terrorizzare future partorienti. Sembra proprio che il fatto di aver partorito dia la misura del nostro eroismo, che è tanto più grande quante più sono le complicanze insorte o la sofferenza provata, o il folklore che possiamo dare all’evento.

Persino la mia ultima compagna di stanza, una ragazza che aveva avuto un parto da manuale, raccontava a chiunque andasse a trovarla che era andata in bagno a fare la cacca e si era ritrovata tra le gambe un bambino. A distanza di anni, mi chiedo se lo racconta ancora e se le è passata la botta di serotonina.

Io, al contrario, non amo raccontare i miei parti.
Un po’ perché assieme al bambino escono un sacco di altre cose, e insomma non è un bel ricordare.
Un po’ perché tra flebo di ossitocina, episiotomia e kristeller, di “naturale” il mio primo parto ha avuto ben poco.
Un po’ perché cerco io stessa di rimuoverne il ricordo: i punti che mi sono stati dati mi dolgono ancora, a distanza di anni, quando cambia il tempo. E non è che possa ogni volta annunciare che sta per piovere perché mi fa male.. No, niente

(foto da flickr)

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