Rossella Boriosi

Capita che le persone mi raccontino storie. Donne, perlopiù, che a un certo punto delle loro vite sono state costrette a reinventarsi. Le loro sono storie intense, belle, di persone con tanto da dire e molto da fare e che non si riconoscono nella rappresentazione che di loro danno i media, indecisi tra Sora Lella e Belén. [mediakit]

In fuga dall’infanzia

L’epifania è arrivata mentre cestinavo la newsletter di un’iniziativa dedicata ai più piccoli, un sorta di trekking urbano con tanto di animazione, giochi e merendina – insomma, una cosa che in altre epoche non avrei esitato a mettere in agenda.
È proseguita nella mail successiva, quella con cui la rappresentante di classe avvisava del depennamento di un progetto di musica ritenuto troppo infantile per dei ragazzi al terzo anno delle superiori.
Infine ha preso forma e consistenza quando ho aperto l’armadio della primogenita – quella che vive all’estero – per vedere se ci fosse qualcosa del suo guardaroba che potessi indossare anch’io.

Così ho dovuto arrendermi all’evidenza: non ci sono più bambini in questa casa, tutti i figli sono diventati grandi.

Non grandi come quando giocavano a palla tra loro e un’amica, osservandoli, decretò che potevo considerarmi fuori dal tunnel della prima infanzia, no: grandi per davvero. Grandi da poter dire loro “C’è un po’ di roba in frigo, vedete se riuscite a tirarne fuori una cena” o ancora “Torno a casa tardi, prendete le chiavi“. Grandi da sapere che se mi sottraggo a un rito che richiederebbe la mia presenza – una recita scolastica, una ricerca da fare a casa con i compagni di scuola – la cosa non si rifletterà sulla loro autostima causando danni in grado di propagarsi  in onde concentriche sino all’età adulta, perché nell’età adulta ci sono quasi.

Avere figli grandi è bellissimo. C’è questo equivoco di fondo che porta a credere che un genitore rimpiangerà per sempre la loro prima infanzia e sospiri di malinconia alla ogni fine ciclo scolastico, il che in effetti succede. Io, ad esempio, mi struggo di nostalgia ripensando alla treenne che mi veniva incontro a passo di marcia quando andavo a prenderla all’asilo, mi commuovo sino alle lacrime ricordando la biondina che faceva i capricci quando dovevo lasciarla per andare al lavoro e mi chiedo quale sarà la mia reazione quando, tra qualche mese, mi ritroverò per l’ultima volta nel cortile della scuola ad attendere la campanella dopo averlo fatto per anni, per lustri.

Quello che viene taciuto è che quando quella campanella finalmente suonerà per l’ultima volta dopo anni, dopo lustri,  probabilmente si respirerà sollevati perché può accadere che di quei pomeriggi in ostaggio della campanella, della merendina e dei compiti si finisca per non poterne proprio più, che al ripasso della dinastia di Merovingi si preferisca un pomeriggio in palestra e alla lettura della  fiaba della buonanotte il bingewatching su Netflix. E alla fine si scopre che quello che ci fa struggere di nostalgia non è l’infanzia dei figli, ma le persone che eravamo quando loro erano piccoli e noi giovani.

Figli grandi, dunque, però non troppo, ché se dovessero partire subito con le loro richieste da adulti – la patente, il cohousing, le paturnie sul lavoro, quelle sull’amore – ecco, quello sarebbe un’upgrade che non sarei ancora in grado di affrontare. Per arrivarci, i ragazzi dovranno prima esasperarmi ancora molto e io invecchiare un po’ di più.

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