Rossella Boriosi

Capita che le persone mi raccontino storie. Donne, perlopiù, che a un certo punto delle loro vite sono state costrette a reinventarsi. Le loro sono storie intense, belle, di persone con tanto da dire e molto da fare e che non si riconoscono nella rappresentazione che di loro danno i media, indecisi tra Sora Lella e Belén. [mediakit]

Instagram e io

Dice «devi stare su Instagram, promuoverti su Instagram, ci sei su Instagram? E quanti follower hai?»

Boh, controllo. Ottocentotrenta. Accidenti, tanti! Ah, no? A me sembravano tanti. Ma perché mi seguono? Io non pubblico niente.

Sono entrata in rete in un’epoca in cui si stava online attraverso dei nickname. La prima volta che decisi di scrivere un post sotto pseudonimo, poi lo cancellai in tutta fretta nel timore di essere riconosciuta.

Ricordo persino il momento in cui mi segnalarono l’esistenza di una ragazza che postava le proprie foto su Flickr con nome e cognome (e nessun like). «Questa Chiara Ferragni è pazza! Così sarà riconosciuta da tutti!» pensai.
E infatti.

Foto da Unplash in modalità CC

Poi arrivarono i social. Facebook era il male, i ragazzi dovevano starne lontani. Se oggi glielo ricordi, scoppiano a ridere: i minori di anni venti non hanno nemmeno scaricato l’app. «È roba da vecchi con nostalgie» dicono, roba da gente che deve trovare traccia di vecchi amori, vecchi colleghi, altre vite.
E poi prevale la parola scritta.

Instagram è immediato, la prima cosa vedi è l’immagine. Come tutte le novità che procedono a un ritmo più serrato della mia voglia di comprenderle, l’ho ignorato a lungo. «Non essere asociale, si stanno spostando tutti lì».

Così sono andata a vedere. Se su facebook vince la battuta e su twitter l’arguzia, Instagram è la fiera delle performance osservate attraverso filtri. La spiaggia più bella, la vita più bella, la famiglia più felice. Gli hashtag, mi raccomando, almeno trenta. Le stories.

Ci ho messo un bel po’ a capire cosa fossero le stories. Una volta svelato l’arcano, sono andata a sbirciare quelle pubblicate da un tizio fuori dai miei contatti che credevo fosse diventato il fidanzato di mia figlia. Il tizio ha poi inviato la mia foto alla ragazza chiedendole se conoscesse questa signora che lo stalkerizzava. Ho così imparato che puoi vedere chi ti guarda, una triangolazione voyeuristica un po’ troppo compiaciuta per i miei gusti.

A me, comunque, Instagram non piace. Mi sembra abbia sdoganato l’ostentazione, ucciso il riserbo e persino l’immaginazione. E poi è mentiroso. Ho seguito per qualche giorno una famiglia social che sembrava uscita da un libro di fiabe tanto erano lievi le lo storie e i belli i protagonisti. Poi, ho guardato le loro storie: lei parlava come un personaggio dei film di Vanzina e m’è passata la poesia.

La gente si preoccupa di cose che di cui non riesco a cogliere la drammaticità.  «Ho perso venti follower nell’ultima settimana!» «Il numero dei miei follower non cresce!»
Embè? Meglio così, no?  Almeno non devi stare a preoccuparti di apparire sempre al meglio, sempre contenta. Stai più rilassata.

E poi questa cosa di avere gente che non solo ti segue spudoratamente, ma te lo dice, persino! Tiziocaio ti sta seguendo. Per favore, se proprio ti incuriosisce sapere cosa faccio almeno sii discreto, non farmelo sapere. Lancia occhiate di sbieco, fa’ finta di nulla, depista!

E che straniamento vedere questi paesaggi che sembrano uscire dal mondo dei Teletubbies, i colori saturi e sorrisi che ricordano il video dei Soundgarden Black hole sun (agevolo)

Io in Instagram ci sono entrata e già sto pensando se sia il caso di uscirne, ché m’è venuta una sorta di pudore nel condividerne la mia vita. Ho incontrato degli amici, abbiamo bevuto una birra, siamo stati bene. Perché dovrei fotografare il momento e impreziosirlo con citazioni e hashtag affinché possa arrivare al maggior numero possibile di persone? Ho davvero voglia di far sapere all’aborigeno (cit.) che sono andata in spiaggia, m’è fiorita un’ortensia, ho mangiato una torta con fragole e panna? Capita solo a me di esitare nel soffermarmi su una foto particolarmente bella di un mio contatto, per la sensazione di violare un suo momento privato?

Dunque, rimango su Facebook. Lì è diventato un paesone, ci conosciamo più o meno tutti, mi capita persino di andare a cercare qualcuno che ha smesso di postare per vedere se sta bene. Alle ottocento persone che mi seguono dico di non perdere tempo, ho una vita ordinaria, se mi capita qualcosa di bello lo tengo per me e i fallimenti non hanno bisogno di rappresentazione. E poi, nel caso la discrezione tornasse a essere di moda sarei una precorritrice!

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