Rossella Boriosi

Capita che le persone mi raccontino storie. Donne, perlopiù, che a un certo punto delle loro vite sono state costrette a reinventarsi. Le loro sono storie intense, belle, di persone con tanto da dire e molto da fare e che non si riconoscono nella rappresentazione che di loro danno i media, indecisi tra Sora Lella e Belén. [mediakit]

La cellulite non esiste – volume 1

Sincronicità: non faccio in tempo a esternare la mia insofferenza verso campagne che mi ordinano di eliminare la cellulite – così, usando l’imperativo, come se la faccenda fosse affar loro anziché mio – scatenandole contro droni, attivatori di snellimento e sostanze destoccanti, che ecco il magico potere del’algoritmo comincia a proporre voci amiche.

cellulite

La cellulite è come la mafia. Non esiste. Se la sono inventata dal niente. O meglio, c’è sempre stata, ma, guarda un po’, per dieci milioni di anni non ha mai dato fastidio a nessuno. È come se domani decidessero di dare un nome alle venuzze dell’occhio, chiamandole, chessò, fluppolite, e convincessero tre miliardi e mezzo di persone a scavarsi le orbite. La fobia per la cellulite è una fobia tutta mentale che si trasmette attraverso i giornali e la tivù. È una truffa a tutti gli effetti: connota negativamente una parte del nostro corpo in sé neutra, come le tette, i capelli, le ciglia, al fine di spingere all’acquisto di nuovi prodotti che prima non avrebbero avuto mercato. Si tratta in altre parole di ingenerare artificialmente un bisogno per poi vendere le pappe puzzolenti atte a soddisfarlo.
La cellulite non è dunque il risultato di una cattiva alimentazione, come vogliono farci credere, è il risultato di qualche dozzina di noiose riunioni del reparto marketing. L’infondatezza della guerra contro la buccia d’arancia è provata dal fatto che, se strizzi la coscia di mia cugina di dieci anni, la buccia è già lì. Mi si obietterà che la povera cuginetta soffre di cattiva circolazione. E io mi domando perché, se naturalmente presente, venga chiamata cattiva. Non è cattiva. Di chiappa poco irrorata non è mai morto nessuno, e per millenni le donne hanno convissuto con la fisiologica evidenza che certi tessuti sono meno irrorati di altri. Le donne ritratte nei dipinti del Settecento erano pingui dame col doppio mento, e sembravano anche piuttosto compiaciute. Quando sono comparsi i primi nudi su tela nessuno si è disturbato alla vista delle voragini di cellulite che butteravano le cosce delle signore. Signore tranquille, che picniccavano sull’erba, acquattate nel loro lardo. Che male c’è. Provate invece ad aprire un magazine femminile qualsiasi. Manichini slavati con l’occhio assassino che guardano gelidamente nel vuoto, ragazze torte in pose confortevoli, reduci da chissà quale massivo sterminio, o annichilite per una fine del mondo drammaticamente vicina. Però non hanno neanche un filo di cellulite. Vuoi mettere.”

(Da Pulsatilla, “La ballata delle prugne secche.”)

Poi, quando già mi crogiolavo nelle argomentazioni scoppiettanti di Pulsatilla, il web mi ha voluto regalare anche questo articolo di Kelsey Miller apparso online lo scorso 14 maggio di cui traduco alcuni punti.

La cellulite non esiste. Fine.
Permettetemi di spiegare: sotto la pelle c’è del grasso sottocutaneo e del tessuto fibroso. Di fatto, nella maggior parte dei corpi umani ci sono aree in cui la pelle appare increspata o irregolare. È sempre stato così. Ma fino a poco tempo fa non c’era una parola per definire questa “cosa”. Mezzo secolo fa nessuno aveva mai sentito parlare di cellulite, tanto meno lo aveva identificato come un problema da eliminare. Oggi spendiamo milioni – se non miliardi – in trattamenti anticellulite, nonostante la palese mancanza di prove sul loro effettivo funzionamento. Il che ha perfettamente senso, ovviamente, perché non puoi trattare qualcosa che in realtà non esiste.
Nell’aprile 1968, Vogue divenne il primo periodico in lingua inglese a utilizzare il termine “cellulite“, inventando sia una nuova parola che un modo nuovo, per le donne americane alla moda, di odiare i loro corpi.

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Dato che ricorre il 50 ° anniversario di questa incredibile gaffe editoriale, raccontiamo la storia di come la cellulite sia diventata la malattia immaginaria più endemica e incurabile di tutti i tempi.

La storia inizia in Francia. In un dizionario medico francese, per essere precisi.

Nel 1873, i medici Émile Littré e Charles-Philippe Robin inserirono la parola “cellulite” nella dodicesima edizione del Dictionnaire de Médecine. Questo è stato il primo uso conosciuto del termine, secondo la professoressa Rossella Ghigi, la cui tesi sulla storia della cellulite è senza dubbio lo studio più approfondito mai scritto sull’argomento. Il punto cruciale, tuttavia, è che la definizione originale di cellulite non ha nulla a che fare con i buchetti sulle cosce o il grasso. Piuttosto era un termine generale applicato a cellule o tessuti in uno stato di infiammazione o infezione, strettamente correlato a una diagnosi  usata ancora oggi di cellulitis (ma niente a che vedere con i glutei a buccia d’arancia) quando si parla di infezioni pelviche, principalmente.

La cellulite ha fatto il salto dai libri di medicina al lessico tradizionale a cavallo del secolo, perdendo nel tempo la sua  definizione originaria. È difficile dire con esattezza quando questo sia successo: come fa notare la professoressa Ghigi, si parla di un’epoca in cui la scienza medica stava avanzando a un ritmo molto rapido e, nello stesso tempo, un’altra industria stava esplodendo. La storia francese della bellezza è antica quasi quanto il Paese stesso, ma fu durante gli anni tra le due guerre che Parigi consolidò la sua autorevolezza come capitale mondiale della bellezza.

La professoressa Holly Grout esplora questo fenomeno nel suo libro The Force Of Beauty: Transforming French Ideas Of Femininity In The Third Republic: “Il numero di istituti di bellezza aperti prima della guerra impallidisce rispetto alla crescita successiva a questa” – scrive. – “Inoltre, questi istituti impiegano una varietà di nuovi specialisti quali estetiste, massaggiatrici, persino medici e chimici“, scrive Grout. Non ci sono più dunque più linee di demarcazione tra bellezza, scienza, medicina e salute. Oggi si potrebbe chiamare tutto questo il settore del benessere.

Le donne, inoltre, stavano vivendo il loro momento. Come spesso accade durante la guerra, mentre gli uomini andavano a combattere loro diventavano sempre più autosufficienti, assumendo posti di lavoro ben pagati in settori tradizionalmente maschili. Scrive Grout: “Quando le donne hanno cominciato a frequentare le università, a essere occupate nel settore terziario e nelle fabbriche come mai prima, i dibattiti familiari sul ruolo sociale della donna, la sua rilevanza politica e il suo rapporto ambiguo con il sesso opposto acquistarono un nuovo spessore”.

Dopo la guerra, dice Grout, un nuovo archetipo della femminilità moderna comincia a emergere in Francia: la donna è libera, ha una propria vita sociale, non è più ostacolata dalle regole della classe di appartenenza e dell’etichetta della vecchia scuola. Soprattutto, è visibile. “Non è stata solo la maggiore presenza di corpi femminili – nelle strade cittadine, nei luoghi di lavoro – ma anche l’esibizione di quei corpi nei media, nelle pubblicità e sui palcoscenici, che insieme hanno influenzato il modo in cui le donne francesi sono state viste.” Il concetto moderno di femminilità non è un sottoprodotto della guerra, dice Grout, ma un prodotto di “un insieme di forze commerciali e culturali al lavoro”.

Per ricapitolare: siamo nella Francia del dopoguerra, l’industria della bellezza è in forte espansione (e sempre più medicalizzata), e tutte queste donne vanno in giro come se fossero padroni del mondo. Hanno i capelli corti e un reddito propri.

Il mondo è dunque pronto a far deflagrare il concetto di cellulite? Non ancora. Manca ancora un elemento

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One Comment

  1. […] scoperto leggendo un articolo della mia collega Rossella Boriosi, che già mi stava simpatica, ma ora mi piace proprio. Dobbiamo […]

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