Rossella Boriosi

Capita che le persone mi raccontino storie. Donne, perlopiù, che a un certo punto delle loro vite sono state costrette a reinventarsi. Le loro sono storie intense, belle, di persone con tanto da dire e molto da fare e che non si riconoscono nella rappresentazione che di loro danno i media, indecisi tra Sora Lella e Belén. [mediakit]

La cellulite non esiste – volume 2

Dove eravamo rimasti? Ah, già, qui: siamo nella Francia del dopoguerra, l’industria della bellezza è in forte espansione ed è sempre più medicalizzata; mentre gli uomini erano impegnati al fronte, le donne hanno preso il loro posto nelle fabbriche, nelle strade e nella vita sociale. Si sono tagliate i capelli corti, hanno progetti, idee e redditi propri, liberamente spendibili.

Patriarcato, come le si può costringere a darsi una calmata?

Ad esempio, dicendo loro come spendere quei soldi.

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La professoressa Rossella Ghigi cita l’edizione del febbraio 1933 della rivista Votre Beauté come il primo caso di utilizzo del termine cellulite in una pubblicazione mainstream. È qui che il termine viene usato nella sua nuova accezione. Nell’articolo, scritto da tale Dr. Debec, la cellulite viene definita come una combinazione di “acqua, residui,  grassi e tossine che formano una miscela contro cui è estremamente difficile intervenire“. Il risultato è qualcosa di simile al grasso, ma diverso dagli altri grassi in quanto è quasi impossibile liberarsene. Si trattava peraltro – aggiungeva Debec -, di un problema femminile.

Perché venne scelto questo termine e questo particolare attributo fisico non lo sapremo mai. Di certo non era stato considerato un problema prima: basta guardare i dipinti del 17 ° secolo in cui la presunta cellulite è descritta – ed evidenziata  – come parte integrante della bellezza femminile.

A quell’articolo ne seguirono molti altri. Le terme francesi iniziarono a pubblicizzare “trattamenti” per questa “condizione” che comprendevano saponi speciali,  massaggi e le cosiddette “gomme di bellezza”. Nel frattempo le lettrici iniziarono a scrivere alla rivista Votre Beauté cercando di capire cosa fosse esattamente la cellulite, se ne fossero portatrici e, nel caso, come potevano liberarsene.

Fin dall’inizio non vennero date risposte univoche. Le potenziali cause della cellulite venivano rinvenute negli abiti stretti, nelle cinture contenitive, nell’eccesso di cibo o in problemi ghiandolari. In ogni caso, la cellulite veniva sempre associata a corpi femminili, sebbene non sempre alle stesse parti del corpo.

“In effetti, durante gli anni 1937-1939, la cellulite si spostò dalla parte inferiore del corpo al collo“, scrive Rossella Ghigi.
“La prima menzione della cellulite sulla rivista Marie-Claire, infatti, localizzava questo inestetismo proprio sul collo; come per magia, le donne cominciarono a lamentare la presenza di grasso alla base dello stesso”.

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La professoressa Ghigi attribuisce questo nuovo interesse al collo femminile ai trend stilistici dell’epoca che lo avevano reso improvvisamente visibile quali il bob, o taglio di capelli a caschetto, cresciuto in popolarità sin dalla prima guerra mondiale e, negli anni ’30, le scollature ampie e i top in stile marinière di Coco Chanel, che lo avevano ulteriormente valorizzato e messo in evidenza.

Tuttavia, scrive Rossella Ghigi, ovunque si spostasse lo sguardo sul corpo femminile, era lì che la cellulite tendeva ad apparire.

Il flagello della cellulite cominciò a diffondersi inarrestabile oltre la Francia anche per via dell’insorgere di una nuova guerra mondiale. Alcuni studi citano la Seconda Guerra Mondiale come il momento in cui la lipofobia (fobia del grasso) si materializzò veramente come atteggiamento culturale condiviso.

Un’altra guerra significava che le donne sarebbero state ancora una volta coinvolte nella forza lavoro, guadagnando ulteriore indipendenza e autonomia. Come ha scritto il sociologo Claude Fischler  nella sua ricerca sulla fobia del grasso, “questo processo ha innescato una serie di tendenze che avrebbe cambiato radicalmente gli atteggiamenti nei confronti del cibo e del mangiare, oltre che all’immagine corporea”.

Nuove rappresentazioni dell’aspetto femminile, iniziate nella prima guerra mondiale, con la seconda si affermano come standard di bellezza in piena regola: la forma a clessidra viene considerata decisamente fuori moda, così come il corsetto che la valorizzava. Ora, dice Fischler, la forma del corpo che si predilige è sottile, androgina.

Un’altra novità consiste nell’idea che le donne possano – e debbano – assumere il controllo della propria forma fisica. Il concetto di dieta diviene popolare, assieme al principio di autodeterminazione. (Come si legge in questo articolo: “se inizi una dieta,  e fallisci nell’intento, sei artefice della tua stessa infelicità”.)
La magrezza, afferma Fischler, viene considerata un successo personale. “Essere magre e in forma è considerato una questione di autodisciplina, di dedizione, di coraggio.” Se dapprima il grasso corporeo era visto come un segno di salute e benessere, da questo momento in poi viene considerato “un carico inutile e parassitario”.

Il grasso diventa simbolo di debolezza, pigrizia, persino di immoralità. Diventa un fallimento personale. La cellulite è il segno visibile, la prova di questo fallimento.

Non appena il nuovo modello di bellezza femminile mette radici nel mondo occidentale, altrettanto rapidamente si sviluppa il panico attorno alla cellulite. “La cellulite: il grasso che non si poteva perdere prima“, scrive Vogue nel 1968 in un articolo che ha fatto storia. Il racconto tratta di una giovane donna che teme di aver aspettato troppo a lungo perché le venga “diagnosticata” la cellulite, ma per fortuna riesce a liberarsene attraverso l’esercizio, la dieta, la postura corretta e una sorta di strumento massaggiante da strofinare sulle zone colpite.

Con l’endorsement di Vogue il mito della cellulite diventa mainstream, così come le sue cause e le sue cure, e così rimane. Ancora oggi le donne usano creme, fanghi, gel e strumenti massaggianti da passare sul corpo, ma il mercato offre moltissimi altri trattamenti parecchio più costosi. La Federal Trade Commission (FTC) ha intrapreso un’azione legale contro alcuni produttori di questi trattamenti anticellulite – tra questi L’Occitane, Wacoal, Rexall, QVC, Nivea – presentati con pubblicità false o ingannevoli.

Il fatto è che non c’è praticamente alcun modo di commercializzare onestamente una cura per la cellulite. Perché non esiste una cura. Perché non c’è nulla da curare.

In poche parole, ecco cosa è in realtà la cosiddetta cellulite: sotto la pelle, c’è uno strato di grasso, tenuto in posizione da tessuto fibroso che forma una specie di rete. A volte, le cellule di grasso si raggruppano e spingono attraverso i fori di questa rete, creando quei dossi e fossette visibili sulla pelle (puoi leggere un’indagine dettagliata di questo effetto nel link, questo è il riassunto). È una caratteristica fisica normale, fisiologica, che si verifica in circa l’80-98% delle donne e in una percentuale molto più bassa di uomini.

Perché colpisce principalmente le donne? Cosa c’è di diverso nella piccola percentuale di donne che non ce l’hanno?
Ci sono molte teorie e poco consenso in merito. Il punto è che la cellulite non sta andando da nessuna parte, è sempre stata lì. “Prima di essere inventata“, scrive la professoressa Rossella Ghigi, “la cellulite era solo una carne“.

Oggi il termine “cellulite” appare nei dizionari e, sebbene sia di uso comune e non medico, mantiene una forte presa sul nostro senso di autopercezione (per non parlare dell’impatto sui nostri portafogli). Come “l’isteria” o “i vapori”, la cellulite è una condizione scatenata dal nulla e usata per patologizzare le donne. La differenza è che quei disturbi sono stati riconosciuti da tempo come inesistenti.

Ci sono tante informazioni prontamente disponibili sulle origini del mito della cellulite. Quindi, perché insistiamo nel crederci?

(l’autrice di questo questo articolo è Kelsey Miller, lo potete leggere in originale qui)

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