Rossella Boriosi

Capita che le persone mi raccontino storie. Donne, perlopiù, che a un certo punto delle loro vite sono state costrette a reinventarsi. Le loro sono storie intense, belle, di persone con tanto da dire e molto da fare e che non si riconoscono nella rappresentazione che di loro danno i media, indecisi tra Sora Lella e Belén. [mediakit]

La mamma-lavoratrice e il marito che aiuta

mamma-lavoratrice

La  lettera della mamma lavoratrice pubblicata lo scorso 22 settembre ne La 27esima ora ha totalizzato, al momento in cui scrivo, più di centomila condivisioni, e la sua viralità è stata  interpretata come segnale di un sentimento condiviso di stanchezza ed esasperazione.
La verità è che le condivisioni non sempre esprimono un comune sentire, ma hanno anche lo scopo di indicare l’argomento che si contesta e il piagnucolio che tracimava da quello sfogo accorato non è stato solo oggetto di solidarietà, ma anche di critica.
Confesso di essere stata tra coloro che hanno letto con fastidio crescente la lettera, una sensazione che mi ha distratto dalla situazione che questa donna – sopraffatta dalla propria vita e dalla mancata condivisione delle responsabilità – denunciava. Un sentimento così in controtendenza con i consensi che trovavo in rete da avvertire l’esigenza di spiegarlo innanzitutto a me stessa. Ed ecco le ragioni del mio malessere.

«(..) Ho chiesto orari ridotti che mi consentissero di portare le piccole al nido o alla scuola materna, mi sono avvalsa di tate, di aiuti di ogni genere, e per qualche tempo mi sono anche illusa di poter fare tutto. Ma la realtà è che è impossibile»

Cara mamma lavoratrice, da che mondo e mondo si affida il recupero dei figli da scuola a tate, nonni e aiuti di altro genere – prezzolati e non – se in quel momento si è altrove. Se portare o recuperare i figli da scuola diventa il metro di giudizio su cui valutare il proprio valore di genitore, forse vanno riviste le priorità. Ma, da mamma di diciottenne che si è sentita rimproverare dalla figlia per aver lasciato il lavoro quando questa ne aveva dieci, ti suggerisco di tener duro. Ancora qualche anno e le tue figlie preferiranno le vacanze con gli amici a una mamma sempre presente. E di quei mancati accompagnamenti nessuno si ricorderà più.

« (..) ti sembra di non essere una brava moglie perché tuo marito ti chiede cosa hai fatto dalle 18 in poi e a te sembra troppo poco farfugliare “Le ho portate al parco giochi, le ho lavate perché erano sporchissime e ho preparato la cena con la piccola sempre attaccata alle gambe”»

Non commenterò, ché sennò è tutto un brontolare di donne che sono nemiche delle altre donne e signoramia che fine hanno fatto l’empatia e la solidarietà. Però per favore, mamma lavoratrice, rileggiti. Se tuo marito non fa la sua parte e tu ti senti pure in colpa, sicura che la responsabilità sia della società?

«(..) ti senti in colpa per non riuscire ad avere un rapporto umano o addirittura amorevole con una suocera criticona.»

Quanti anni ha tua suocera, sessanta, settanta? Male che vada ha visto il Sessantotto, ne ha respirato l’onda lunga di ribellione e ha bruciato il reggiseno nelle piazze nel ’77 – o ha visto le sue coetanee farlo. Anche mia suocera mi critica: quando mi vede stirare, ad esempio. “Davvero non hai attività più interessanti su cui investire il tuo tempo?” mi chiede polemica. Le rispondo che sono stata giovane negli anni dell’edonismo reganiano e delle giacche Armani, se la prendesse con loro.

«(…) Ti dico la verità, se è questo quello che volevano le donne quando lottavano per i loro diritti, beh, penso abbiano fallito.»

No, hai fallito tu. E sai dove? Qui, dove scrivi: certo, i mariti aiutano, ma il loro apporto è sempre marginale ed il carico fisico ed emotivo è nostro.

I mariti aiutano. Ti prego, mamma lavoratrice, rifletti sulle implicazioni di questa frase. Scrivere che i mariti aiutano – o anche solo pensarlo – significa affermare che i compiti di cura e custodia (e pulizia, e organizzazione familiare) siano di esclusivo appannaggio femminile. Significa riconoscere come giusti le scope giocattolo e il ferro da stiro pensati per mani infantili con cromosoma a doppia X, significa dare per scontato che la collaborazione tra genitori possa non essere paritaria e che l’apporto del padre non sia altro che una gentile concessione dello stesso, significa riconoscergli il diritto di stare in panciolle sul divano mentre ti interroga su come hai passato il tempo dalle 18 in poi, a meno che non voglia aiutarti. Però questo non è un problema femminile, ma tuo, principalmente.

Insomma, il mondo non cambierà se prima non cambiamo il nostro modo di pensare e di parlare. A cominciare dalla propria presentazione: mamma lavoratrice. Per usare le parole definitive della giornalista Barbara Sgarzi: s’è mai sentito un uomo definirsi padre lavoratore?

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10 Comments

  1. clara marina

    26 settembre 2016 at 12:06

    ma a parte la solidarietà e la sorellanza, e la consapevolezza che non siamo per niente facilitate nella nostra vita da molti punti di vista, mi sembra che sia l’apoteosi del lamento. a me di un buon rapporto con la suocera me ne importa fino ad un certo punto (per non dire nulla), mio marito non si permette di chiedermi cosa ho fatto dopo le 18 altrimenti viene lanciato nello spazio senza beh e senza mah, anzi molto dell’aiuto che da altre parti mi manca viene proprio da lui e per noi (ovvio, esperienza nostra eh) non sarebbe possibile una vita decente se non ci dividessimo certi compiti e certe incombenze (dalla spesa alla cucina all’accompagnamento o recupero dei ragazzi dalle varie attività, alla partecipazione a riunioni, feste, etc etc). non so, tutte le mie colleghe lavorano, hanno avuto i figli al nido, alle medie i ragazzi si fanno i compiti da soli e non tutte stiamo crescendo figli teppisti. poi si può dire tutto e il contrario di tutto e ogni esperienza è diversa e ogni madre è diversa. generalizzare non serve a niente, lanciare un grido d’aiuto magari invece sì, in questo sono solidale.

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  2. chiara

    26 settembre 2016 at 13:54

    Ho scritto un post sulla stessa lettera giusto qualche giorno fa.
    Sono in parte d’accordo con te, soprattutto per la tendenza a piangerci addosso che abbiamo talvolta noi donne. A nostra discolpa però mi viene da pensare che tutti si aspettino da noi parecchio di più di un “buon livello medio”. Soprattutto se dai a tutti la cattiva abitudine di far vedere che ce la fai senza problemi. Vivo senza un marito o un compagno da diversi anni, quindi il problema di un aiuto o di una suddivisione dei compiti non mi riguarda davvero più: mi becco il pacchetto completo, dai colloqui con i prof al tagliando auto, cambio gomme, trasloco e chi più ne ha più ne metta. Visto che non sono ancora morta, tutti danno per scontato che gli equilibrismi nel ruolo mamma/papà, donna/uomo, moglie/marito siano non solo possibili ma assolutamente snelli.
    beh, come ben saprai anche tu non lo sono affatto.
    Forse questa mamma è solo più giovane di noi e non ha ancora elaborato il lutto per la delusione delle sue aspettative, professionali e magari anche di famiglia. Forse avrebbe davvero bisogno di un aiuto, anche solo per aprire gli occhi.

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    • Rossella Boriosi

      26 settembre 2016 at 14:04

      sì, mi trovi completamente d’accordo

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  3. Giovanna

    27 settembre 2016 at 16:30

    Sembra una lettera scritta negli anni 50 e mi mette una tritezza infinIta perché mi sembra che le donne abbiano fatto passi indietro

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  4. roberta

    29 settembre 2016 at 14:52

    Cara Rossella,
    leggo con dispiacere il suo articolo. Il fatto che sia scritto da una donna lo rende persino piu’ triste. Lavoro come ingegnere da 14 anni, in giro per il mondo e vivo da 7 anni in Scandinavia. Nel paese dove vivo la produttivita’ e’ importante, ma anche la famiglia. Gli uomini sono completamente allineati, I diritti ed I doveri di mamme e papa’ sono gli stessi. Le consuetudini familiari sono speculari per quanto riguarda il genere. Il suo articolo riflette una mentalita’ che non riesco proprio a condividere. Mi lascia proprio poche speranze. Sono sposata con un ragazzo tedesco,e apprezzo enormemente il fatto di poter contare su di lui in tutto. Riusciamo ad avere 2 lavori molto impegnativi e crescere I nostri figli senza abbandonarli a tate e baby sitters o affidarli ai nonni (che sono lontani). Questo non e’ possibile grazie al millantato miraggio dei sistemi di supporto scandinavi (che trovi solo negli articoli di giornale) ma ad una abitutudine all’uguaglianza di genere che, sinceramente, e’ molto lontana dalla struttura familiare italiana. Lo dico con dispiacere perche’ adoro il mio paese ma non posso non sottolineare quanto sia normale in Italia che le responsabilita’ familiari ricadano in maniera sbilanciata sulle spalle della donna. Le aspettative nei riguardi di una moglie e di una mamma sono, a tratti, ridicole e possono reggere solo grazie al sacrificio femminile o all’aiuto costante dei nonni e parenti. Certo, negli USA la materinta’ e’ di tre settimane, 6 in alcuni casi ma senza stipendio. Vogliamo allinearci anche in questo? Il mio sogno e’ di un’Italia dove la famiglia e la parita’ di genere siano valori da custodire con amore ed orgoglio, non material per un dibattito ideologico.

    Cordialmente,

    Roberta

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    • Rossella Boriosi

      29 settembre 2016 at 15:04

      Grazie, Roberta, per il tuo commento così lungo, articolato e garbato.
      Mi sfugge però il motivo del suo dispiacere: di fatto, stiamo dicendo la stessa cosa.
      “Il mio sogno e’ di un’Italia dove la famiglia e la parità di genere siano valori da custodire con amore ed orgoglio, non material per un dibattito ideologico.”. Anche il mio. Le parole di questa mamma così sopraffatta, sotto il fuoco incrociato dei giudizi altrui (marito, suocera, colleghi) oggi, nel 2016, mi hanno lasciato triste, sgomenta e, sì, anche un po’ arrabbiata. “Mio marito mi aiuta” è una frase che non vorrei sentire più. Forse, nella foga del post, non sono riuscita a spiegarmi.
      (Mio marito è polacco, capisco cosa intende quando parla di allineamento)

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  5. Ste -Maghella Di Casa

    30 settembre 2016 at 20:52

    Ciao Rossella, io credo che se non iniziamo a pensare al rapporto di coppia come una relazione “solidale” in cui ognuno fa la sua parte, indipendentemente dal sesso e dagli stereotipi che gli sono stati “appiccicati”, le cose non miglioreranno di certo per noi Donne/Mamme. Mi trovi quindi pienamente d’accordo con te!
    Vittimismo e lamentele non sono di certo la soluzione; siamo noi a dover cambiare modo di pensare!

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    • Giuliana

      17 ottobre 2016 at 18:53

      D’accordo in pieno.

      Io non ho più trovato lavoro dopo la gravidanza, mio marito va a lavoro in treno a 50 Km da casa e all’orario in cui potrebbe “allinearsi” non c’è e quindi certe incombenze toccano tutte a me. La soluzione? Piangersi addosso stremate?!

      Ma sveglia! Se sei stanca lascia qualcosa, delega quello che puoi che se non fai tutto tu non crepano!. Mio marito mi chiede cosa faccio ogni giorno, con il sederone ben sprofondato sul divano. Quale che sia la risposta, che abbia preso il caffè con la vicina o mangiato fuori con la bimba al rientro da un controllo non fa una piega.
      Ha imparato a non fare una piega, per quanto mamma e sorella reputassero che qualsiuasi donna non arrivi a un pelo dall’esaurimento psicofisico fosse una nullafacente (tranne loro, naturalmente). Ed ha dovuto imparare perchè era l’unico modo di tenrmi con lui! E se dopo una visita da mia suocera ha una “ricaduta” con il cavolo che sto zitta! Alza lòa testa ragazza, che se stai stesa sul pavimento per forza ti calpestano!!

      Se la nostra organizzazione mi costringe a svegliarmi con lui e lavorare due ore mentre sta arenato sul divano le due ore me le recupero tranquillamente in mattinata e senza sentirmi minimamente in colpa. Ci mancherebbe? Perchè dovrei sentirmi in colpa? Se pagasse qualcuno che facesse metà di quello che faccio io non gli basterebbe lo stipendio!

      Invece di piangere ho fatto un corso di sartoria con la regione, 300 ore in due anni. Mi sto ancora perfezionando da autodidatta, e mi sento comunque realizzata.
      Che faccia qualcosa per me o per la bimba e mi senta chiedere “che bello! Dove lo hai preso?”, che mi commissionino qualcosa le amiche poo faccia qualche regalo (o aiuti qualche mercatino di beneficienza) quando lavoro sono più serena e questo fa diventare piuù serena tutta la famiglia.

      Spesso, troppe volte, noi donne ci prepariamo la strada per i maltrattamenti che subiamo, consentendo agli altri di maltrattarci e sentendoci in colpa per cose assurde. Svegliamoci!

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      • Rossella Boriosi

        17 ottobre 2016 at 20:27

        Lodi, lodi, lodi! Brava, Giuliana, sei di esempio anche per me. Mi piace la tua determinazione

        Reply

  6. Valery

    4 novembre 2016 at 9:08

    Grazie per questo post.. resto anche io stupita ogni volta che leggo lettere come quella.. perché non posso credere che in Italia ci sia ancora questo tipo di realtà, parlo da italiana che convive con un uomo italiano che forse assomiglia di più a uno scandinavo, entrambi lavoratori senza figli, spesso sono io ad “aiutare” lui, nelle faccende sono molto più pigra io e nella suddivisione dei compiti alla fine io sono quella che fa meno lui è molto organizzato e sempre attivo e presente, poi diciamo chi arriva prima a casa si da da fare, io dico sempre che alla fine siamo tutte persone esattamente uguali poi c’è chi è più portato e chi meno ma perché alcune cose dovrebbero saperle fare solo le donne? In Italia si tratta di fare uno sforzo di educazione per superare certi limiti culturali, io trovo che anche le donne abbiano le loro colpe in questo scenario ho molte amiche che affermano che alcuni lavori li devono fare loro i mariti “non sarebbero capaci” dando per scontato che siano incapaci o non all’altezza si sabotano da sole così giustamente i mariti nemmeno ci provano, è importante anche il modo di porsi e di approcciare, io ho sempre messo in chiaro da subito con le persone con cui ho avuto una relazione che non sarei mai stata l’unica a occuparsi delle faccende domestiche, ho parlato in modo trasparente della mia pigrizia e del mio non essere portata per essere casalinga, dell’importanza che per me aveva avere un uomo che dividesse tutto con me in modo paritario, dall’altra parte ho sempre trovato collaborazione e ho visto uomini abituati a non fare niente a casa di mamma tirarsi su le maniche e agire, cucinare, impegnarsi e spesso essere molto più attivi di quello che tutti credevano, a distanza di anni vedo alcuni dei miei ex con cui ho ancora un rapporto di amicizia che sono tornati ad essere pigri, passivi e viziati dalle loro nuove compagne che si lamentano dicendo “non mi aiuta” e io penso con me chissà perché erano diversi… e questo mi fa pensare che è questione di educazione, trasparenza, dialogo, rispetto e confronto. Capisco che dovrebbe essere naturale che un uomo si senta pari a una donna davanti alle incombenze domestiche ma se cosi non è vuoi per educazione familiare vuoi per trascuratezza è anche responsabilità delle donne parlare chiaro ed educare, facendo comprendere l’importanza della questione da subito mettendo in dubbio anche la possibilità di avere un rapporto di coppia se questi aspetti non vengono condivisi. Lamentarsi non serve a nulla.

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