Rossella Boriosi

Capita che le persone mi raccontino storie. Donne, perlopiù, che a un certo punto delle loro vite sono state costrette a reinventarsi. Le loro sono storie intense, belle, di persone con tanto da dire e molto da fare e che non si riconoscono nella rappresentazione che di loro danno i media, indecisi tra Sora Lella e Belén. [mediakit]

La mamma ventenne

Una di loro è senz’altro la madre, solo non capisco chi: se la ragazza col bikini giallo e i capelli rasati o la sua amica con i ricci castani. La bambina non deve avere più di tre anni,  sta in piedi in mezzo a loro che parlano sedute sul prato e così raggiungono tutte la stessa altezza.

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Ogni tanto un ragazzo si avvicina al gruppo, scambia qualche battuta e torna a tuffarsi. A stupirmi è la compostezza di tutti – le ragazze, i loro amici – e la loro età: non devono avere più di venti, ventidue anni, eppure sono chiaramente adulti, molto più delle famiglie che li circondano. Più di quei genitori trentenni che si sparano pose da hipster, di quei quarantenni che urlano ai figli di gridare piano, persino di quei cinquantenni con bambini nati fuori tempo massimo, tanto da far sembrare tutti fuori sincrono con la propria età.

Una delle due ragazze deve essere la madre della piccola, non capisco chi. Forse la ragazza che le gattona accanto per accertarsi che stia bene, oppure quella che le sistema l’accappatoio con gesti rapidi e precisi. La bambina risponde docile a quelle sollecitazioni ma poi lascia le amiche chiacchierare senza intromettersi né monopolizzare la loro attenzione. È evidente che si senta protetta, una serenità che smuove ricordi sedimentati a profondità tali che fatico a portarli in superficie ma poi eccoli arrivare. Sono sensazioni dimenticate di quando ero piccola e mia madre aveva l’età di quelle ragazze. Riconosco lo sguardo fiducioso sollevato verso la mamma-bambina, adulta solo per i suoi occhi, e qualcosa che ha a che fare con una sensazione di divertimento condivisa, le età così vicine da riuscire a godere l’una della presenza dell’altra senza bisogno di altro.

Così mi trovo a pensare se non ci abbiano ingannato. L’età della maternità si è spostata in avanti, ci hanno detto che avere un figlio dopo i quaranta sia possibile, persino preferibile. Guardando l’armonia di quel gruppo, però, mi domando se sia davvero così e mi rispondo che no, i figli vanno fatti da giovani: a vent’anni – come sarebbe fisiologico – e poi si cresce assieme a loro. Osservando la disinvoltura di quelle ragazze, capaci di prestare attenzione alla bimba senza sopraffarla né dimenticarsi di se stesse, il giovanilismo dei cinquantenni e gli atteggiamenti da studente fuori corso degli altri genitori risultano stonati e parodistici, e mi chiedo se saremo più in grado di diventare genitori come si faceva fino a poco tempo fa: con incoscienza.

(foto da flickr.com in licenza cc)

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One Comment

  1. Roberta

    21 luglio 2017 at 12:28

    Si è bella la maternità a vent’ anni, lo so, l’ ho vissuta e nemmeno con tanta incoscienza. Però è bella anche a 35, dopo non so. Sono convinta che i figli vadano sempre messi al mondo con incoscienza e allevati con allegria e polso. Che poi è esattamente quello che vedo mancare a certi genitori. Non è solo una questione di età, ma di epocale esaltazione di un ruolo che dovrebbe esser vissuto con più naturalezza. Ecco, sí, è la consapevolezza che essere genitori sia un fatto naturale quello che manca è fa si che si diventi pomposo, pesanti e tronfi. Come se i figli fossero una creazione unica e rara, tutta nostra.

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