Rossella Boriosi

Capita che le persone mi raccontino storie. Donne, perlopiù, che a un certo punto delle loro vite sono state costrette a reinventarsi. Le loro sono storie intense, belle, di persone con tanto da dire e molto da fare e che non si riconoscono nella rappresentazione che di loro danno i media, indecisi tra Sora Lella e Belén. [mediakit]

La ragazza grassa

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La gente, per sentirsi buona e politicamente corretta, non dice “grassa” ma curvy. Che ipocrisia! Io non ero curvy: ero grassa, punto. Lo ero sempre stata. Ero grassa da bambina, quando mia madre misurava il mio amore per lei in base alla quantità di cibo che riuscivo a mangiare. E io mangiavo. Mi svegliava la mattina presto e nonostante fossi ancora in bilico tra il sonno e la veglia – la bocca impastata e gli occhi chiusi – poneva la solita domanda, sempre la stessa: cosa vuoi per cena?

Il ragù, volevo il ragù. Oppure le salsicce con le patatine fritte, la polenta col brasato, i pizzoccheri della Valtellina grondanti burro fuso. Mia madre sorrideva compiaciuta. Talvolta, la sera, andava persino a chiamare la vicina di pianerottolo: venga, venga a vedere quanto mangia la mia bambina! E io, lusingata, mangiavo: pasta e fagioli, spaghetti all’amatriciana, cotolette alla milanese fritte nel lardo. Chissà perché aveva così bisogno che mangiassi per essere certa del mio amore. Non che mi dispiacesse: a me mangiare piaceva, e anche io avevo bisogno della sua approvazione. Talvolta, quando non ne potevo proprio più e chiedevo di lasciare quanto era rimasto nel piatto, arrivava la solita frase colpevolizzante usata per motivare gli inappetenti: pensa a quei bambini che non hanno nulla da mangiare! A me sembrava una cosa crudele, mangiare controvoglia mentre loro soffrivano la fame, e non capivo perché il mio pasto non potesse andare a loro, ma tenevo questi pensieri per me e per evitare polemiche ripulivo il piatto. Mio padre, pover’uomo, non poteva fare molto per fermare quel delirio. Tornava a casa una volta al mese dal Belgio, dove lavorava, e mi trovava ogni volta più grassa. “È la crescita, lo sai come fanno i bambini” – lo rassicurava mia madre – “un giorno ingrassano, il giorno dopo si allungano.” Io però rimanevo tonda. E non mi ammalavo mai! Se mi avesse portata più spesso dal pediatra, come facevano le madri di bambini magri e cagiovevoli, forse le sarebbe stato ordinato di mettermi a dieta. Magari era successo e lei lo aveva tenuto nascosto, chissà. A ogni modo, a un certo punto iniziai a dimagrire. Accadde quando entrai nell’adolescenza e smisi di volerle bene, di conseguenza iniziai a mangiare meno. Non diventai magra ma normolinea sì, e fu una bella sensazione. Ero come le altre ragazze, finalmente, e si sa quant’è forte la necessità di omologarsi agli altri quando si perde la propria identità infantile.

Durò poco: a vent’anni tentai un concorso, lo vinsi e mi ritrovai impiegata presso lo sportello di un ufficio postale; nello stesso periodo andai a vivere col mio compagno,  di sempre, un ragazzo a cui piacevano le donne in carne. Vita sedentaria e fidanzato gourmand, una pessima combinazione. In pochi mesi tornai grassa, molto più grassa di quanto non fossi stata da bambina.

Il mondo attorno a me sembrava apprezzare la mia fisicità: gli utenti dell’ufficio postale mi trovavano rassicurante, mia madre era tornata a sorridermi e Giulio adorava ogni rotolino del mio girovita. La notte, dopo l’amore, li contava uno a uno, impastandoli come a fare il pane.

“Non ti senti privilegiata ad avere un uomo che ama le tue rotondità?” chiese un giorno una collega mentre, dopo l’orario di lavoro, ci gustavamo un aperitivo e facevo piazza pulita delle pizzette di contorno. No, non mi sentivo una privilegiata. Perché mai avrei dovuto esserlo? Perché il mio peso avrebbe dovuto fare la differenza nella relazione anziché, ad esempio, il fatto che fossi una persona positiva, accomodante, generosa di sé – insomma, una persona con cui era piacevole stare?

La domanda era stata posta senza alcun intento malevolo, ma mi aveva costretto a una riflessione. Amavo Giulio e compiacerlo non mi costava nulla. A lui piacevano le donne in carne, a me piaceva mangiare. E però avvertivo una nota stonata in questa apparente armonia. Mangiare mi piaceva, è vero, ma ancora più mi piaceva sentirmi leggera, indossare jeans che non mi facessero sentire un insaccato, entrare in un negozio e trovare abiti adatti a me senza difficoltà. Era stato bello, avere un corpo normale. Allora perché con Giulio avevo ripreso a ingozzarmi? Stavo forse cadendo nella stessa trappola in cui mi mia madre mi aveva tenuta prigioneria? Era davvero necessario che stravolgessi le mie forme per compiacere chi amavo? Abbandonai la pizzetta al rosmarino e mi accorsi che stavo mangiando senza avere fame.

Il mattino dopo mi svegliai presto. Con l’arrivo della primavera mi piaceva dormire a finestre aprte per far entrare la luce del mattino e godere dei minuti che precedevano il trillo della sveglia, ma questa volta mi alzai subito e senza nemmeno pensarci infilai una tuta e un paio di scarpette. “Dove vai!?” chiese Giulio in allarme.

“A sentire l’aria fresca addosso. Continua a dormire” lo tranquillizzai.

La città prima del risveglio aveva un aspetto nascosto e segreto e mi sembrò di entrare in mondo nuovo: il cinguettio dei merli non ancora stato coperto dal rumore traffico cittadino e c’erano viali alberati e negozi a cui non avevo mai prestato attenzione. Trovai un bar aperto, al suo interno le uniche avventrici erano due donne in abbigliamento sportivo. Ci scambiammo uno sguardo complice, la ragazza bruna si rivolse al barista ordinando anche per me: “Un caffé per questa runner dalle scarpette nuove di zecca”. Mi sembrò una specie di battesimo laico e le sorrisi, grata. Nadia e Paola erano delle veterane: correvano in coppia per anni, con qualsiasi tempo. Quando una stava per essere sopraffatta dalla pigrizia, l’amica la spronava a proseguire.

“Ce l’hai un diario di bordo?” chiese Paola uscendo dal bar per iniziare la corsa. Un cosa? Poco prima di uscire avevo scaricato un’applicazione che segnava i chilometri percorsi e le calorie consumate. Era quello, il diario di bordo?

“Le app sono utili, ma noi siamo analogiche” – chiarì Paola – “Comprati un quaderno come quelli che si usano a scuola, scrivi ogni giorno i chilometri percorsi e le sensazioni provate. Credimi, fa la differenza.”

Ci salutammo dandoci appuntamento al giorno dopo, stessa ora. Nadia e Paola partirono al trotto, io mi limitai a una camminata veloce.

Un’ora dopo tornai a casa senza fiato. Giulio mi aspettava impaziente e senza dissimulare una vaga inquietudine; aveva preparato il cappuccino, messo a scaldare le brioche al cioccolato e apparecchiato con tovagliette colorate usando il servizio più bello. Era tutto irresistibile. Stavo per fiondarmi sulle brioches quando ricordai che poi avrei dovuto scriverlo nel quaderno. “Non te la prendere, ma da oggi farò colazione con con tè verde e fette biscottate integrali. Voglio diventare la persona che sento di essere. ” spiegai e, prima che potesse manifestare la delusione, corsi in camera a inaugurare la mia prima pagina:

1° giorno, percorsi 6 km. Come mi sento? Nuova. Mi sento nuova.

Il caffé con Nadia e Paola divenne un rito, pochi minuti di decompressione prima di iniziare la camminata veloce mentre loro correvano via. Con il passare dei giorni, però, fu il corpo stesso a chiedermi di aumentare l’andatura. Iniziai ad alternare corsa e camminata e a poco a poco ebbi fiato a sufficienza per correre ininterrottamente, pur non riuscendo a sostenere la falcata delle mie nuove amiche.

Finii il primo quaderno, ne cominciai un secondo. Le mie endorfine erano sempre in circolo, vivevo in uno stato di costante euforia. Giorno dopo giorno il grasso si scioglieva e il mio corpo acquistava una forma che non avevo mai avuto: tonica, scattante. Quell’ora che dedicavo a me stessa ripuliva i pensieri, ossigenava la pelle, faceva nascere nuovi propositi e tutto mi pareva possibile: cambiare lavoro, riprendere gli studi, modificare l’arredo di casa. Era come se la mia vecchia vita appartenesse a una donna diversa, una donna in cui non mi riconoscevo più. I colleghi dell’ufficio se ne erano accorti ed erano sinceramente contenti per me, e così il mio pubblico. “Ma come sta bene, signorina!” cinguettavano le clienti quando arrivavano al mio sportello.

Era vero, stavo bene. Il cambio di taglia mi aveva costretto a rinnovare il guardaroba, le esigenze di praticità mi avevano convinto a tagliare i capelli in un caschetto corto e femminile, avevo persino iniziato a truccarmi con attenzione valorizzando gli occhi. Nadia e Paola tifavano per me e talvolta, tra un caffè e una spremuta, trovavano il modo di suggerirmi ricette gustose ma dietetiche o capi di guardaroba che non avevano mai indossato e che invece mi stavano bene. Mio padre non commentava, ma leggevo la sua approvazione nel suo sguardo divertito.

Gli unici a guardare con sospetto il mio cambiamento erano Giulio e mia madre, e se oramai avevo l’autonomia emotiva per resistere agli attacchi di mia madre, che si presentava a casa con casseruole piene di lasagne e pastiere napoletane, con Giulio era tutto un altro discorso. Lui non solo disapprovava apertamente le mie nuove abitudini, ma aveva anche smesso di desiderarmi. “Mi fai impressione. Sei.. cartilaginosa, ecco.” diceva con una sfumatura di disgusto nella voce. Ma io non ero più disposta a barattare la donna in cui mi stavo trasformando con il suo amore. Ero diventata esigente: nemmeno la corsa mi bastava più.

“Che ne dite di provare un po’ di ghisa?” proposi la mattina dopo alle mie compagne di corsa. Nadia e Paola si guardarono come se avessi proposto loro di partire assieme per una meta esotica. “Perché no!” risposero entusiaste.

Quel pomeriggio comprai un nuovo quaderno.

Non ero più entrata in una palestra dai tempi del liceo e mi aspettavo il solito stanzone con lineoleum verde e puzzolente di sudore. Trovai un ambiente caldo di legni e scintillante di cromature, e ne fui sedotta. Francesco, l’allenatore, studiò un programma appositamente per me, e io mi sentii vendicata verso coloro che, negli anni, avevano tentato di boicottare i miei propositi di dimagrimento. Mi sentii capita, mi sentii aiutata.

“Stai diventando un uomo” commentò Giulio quella sera. Non era vero, non ero mai stata tanto femminile. Sentivo il corpo risvegliarsi dal letargo di una vita e assieme ai muscoli spuntavano nuovi propositi nella mia mente. La donna sovrappeso che ero stata si trovava a proprio agio nella vita che alla donna magra che ero diventata stava stretta .

Mi iscrissi all’università, lettere antiche. Giulio non capì neanche questo.

“Hai il tuo lavoro e uno stipendio sicuro!” mi diceva. Ma io ero ancora giovane e non volevo trascorrere tutta la mia vita professionale allo sportello di un ufficio postale. Forse non sarei nemmeno riuscita a conseguire la laurea, ma da bambina mi ero sempre immaginata archeologa: se ero riuscita a trasformare il mio corpo, perchè non potevo fare altrettanto col mio lavoro? Cosa poteva accadermi se avessi provato a inseguire un sogno – a parte riuscirci o fallire?

Posso capire perché a quel punto Giulio mi lasciò: non eravamo più una coppia, ma due adulti che convivevano assieme senza un obiettivo comune e, soprattutto, senza più amore. Fu una cosa semplice: un giorno tornai a casa e Giulio non c’era più. Più tardi mi spiegò che se riusciva a sopportare le mie assenze, non riusciva a sopportare la mia presenza silenziosa e indifferente, un’apatia che lo feriva più dell’ostilità. Mi rimproverò di essere talmente presa da me stessa da non accorgermi che l’amore era finito e mi informò che sarebbe passato a recuperare le sue cose quando non sarei stata in casa. D’altronde non avevamo più niente da dirci.

Spiazzata da quella decisione, cercai dentro di me qualcosa da rimpiangere nella nostra storia trovando solo momenti di felicità che appartenevano a una donna che non conoscevo più. Non mi vergogno a confessare che provai persino sollievo. Non avrei comunque avuto tempo per avvertire la sua assenza: la mattina andavo a correre, poi al lavoro, nel pomeriggio studiavo e la sera mi allenavo in palestra. Nella mia vita, ormai, c’era spazio solo per tre persone: Nadia, Paola e Francesco.

Ecco, Francesco: stavo ben attenta a non innamorarmi di lui, ché sapevo bene di correre il rischio di attaccarmi al primo uomo che avesse assecondato i miei progetti. E poi innamorarsi del proprio istruttore era un tale cliché!

C’era anche un altro motivo per evitavo di lasciarmi andare: non ero ancora sicura di poter camminare sulle mie stesse gambe. In passato avevo assecondato le persone che amavo – mia madre, le amiche dell’adolescenza, Giulio – permettendo che fossero loro a decidere per me. Anche se mi sentivo una donna nuova, non ero certa di saper portare avanti un rapporto alla pari. Con Giulio ero riuscita a far valere la mia volontà, ma era successo solo quando ormai non lo amavo più. Ora mi sentivo forte, ma lo ero veramente o sarei tornata a compiacere le persone a cui tenevo? Avevo paura persino a pormi la domanda: ero pur sempre la ragazza che aveva stravolto il proprio equilibrio alimentare pur di farsi voler bene. Decisi di parlarne con Nadia e Paola. Loro erano state testimoni del mio cambiamento, lo avevano sostenuto e apprezzato e sarebbero state in grado di chiarirmi a me stessa.

“Finché permetterai al tuo passato di definire il tuo presente, non sarai davvero libera.” Fu il loro verdetto. Avevano ragione, al solito.

E sarà stato forse perché ormai avevo i pianeti allineati, i chakra aperti, il vento a favore, se quel pomeriggio, in palestra, Francesco si fermò con me più del solito. “Guarda che bel deltoide definito ti sta venendo!” commentò mentre finivo la prima serie di sollevamento pesi. “Una donna con quei deltoidi dovrebbe dare una prova di coraggio e invitarmi a bere, una di queste sere!”

Scoppiai a ridere. “Ci stavo proprio pensando. Ma non questa settimana: a giorni dovrò sostenere il mio primo esame universitario, studio fino a notte fonda.”

“Allora penserò a un programma di decompressione e defatigamento.” Rispose con espressione seria, e capii di aver trovato un complice.

Sorrisi pensando a quanto fosse cambiata la mia vita dal momento in cui avevo semplicemente deciso di andare a camminare. Quella sera inaugurai un nuovo quaderno, sulla copertina scrissi semplicememente: vita nuova.

(pubblicato nella rivista Confidenze nr. 24/2017)

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