Rossella Boriosi

Capita che le persone mi raccontino storie. Donne, perlopiù, che a un certo punto delle loro vite sono state costrette a reinventarsi. Le loro sono storie intense, belle, di persone con tanto da dire e molto da fare e che non si riconoscono nella rappresentazione che di loro danno i media, indecisi tra Sora Lella e Belén. [mediakit]

La verità sul caso Harry Quebert. Recensione

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La sospensione dell’incredulità (suspension of disbelief) consiste nella volontà, da parte del lettore, di sospendere le proprie facoltà critiche allo scopo di ignorare le incongruenze della trama per godere dell’opera di fantasia.
Ci sono scrittori – mi viene in mente Fred Vargas – che sanno farne uso circondando il lettore in atmosfere talmente rarefatte da consentirgli di accettare trame improbabili e ciò nonostante plausibili.
Non è il caso de La verità sul caso Harry Quebert, comunque: un libro che ha talmente deluso le mie aspettative da non sapere da dove iniziare ad argomentare.

Dai personaggi, forse, così caricaturali da diventare archetipi (il Professore che è maestro di vita, la Mamma petulante, la Segretaria triste e fedele, il Sergente burbero ma dal cuore d’oro e via banalizzando).

Anzi, no, potrei iniziare dai dialoghi. Surreali, improbabili, stereotipati. Il genere di battute che i personaggi di certi film scambiano tra loro interrompendo la narrazione per spiegare allo spettatore quanto sta accadendo. Lo spettatore l’ha capito benissimo e cambia canale.

No, anzi, inizierò proprio dalla trama. Confusa, con continui salti temporali tra presente, passato prossimo e passato remoto. Peccato che l’autore non sia Kurt Vonnegut e che spesso questo avvicendamento di epoche  non sia funzionale al racconto, rivelandosi un (inutile) esercizio di stile.

E che dire della storia d’amore tra il coprotagonista, Harry Quebert, e la ragazza quindicenne assassinata. Sono circondata da adolescenti e giuro sul giurabile che le loro modalità di esprimere i moti del cuore – e del corpo, ché hanno tutti gli ormoni al posto giusto – hanno un diverso spessore e un’altra maturità rispetto ai bamboleggiamenti stucchevoli letti nel romanzo. Taccio per pietà le analogie tra il nome della protagonista, N-O-L-A, scandito ossessivamente nel romanzo, e Lolita di Nabokov, capace di esprimere erotismo già dalla sillabazione che apre il libro.

Ancora, l’indagine. Dal momento che, a quanto pare, in America non esistono perizie balistiche né analisi del DNA, per risolvere un caso è sufficiente fare domande. Gli interrogati dapprima nicchiano, poi confessano facendo smorfie di disappunto.

La cura per compensare tanto scempio: leggere Un campo di fragole di Renate Dorrestein. E passare oltre.

 

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