Rossella Boriosi

Capita che le persone mi raccontino storie. Donne, perlopiù, che a un certo punto delle loro vite sono state costrette a reinventarsi. Le loro sono storie intense, belle, di persone con tanto da dire e molto da fare e che non si riconoscono nella rappresentazione che di loro danno i media, indecisi tra Sora Lella e Belén. [mediakit]

L’agriturismo di Susanna Trugenberger: un luogo magico nel cuore dell’Umbria

Sapete cos’è il “momento-agriturismo”?
È quel momento in cui, dopo una cena abbondante, si confessano desideri tenuti sopiti dalle urgenze quotidiane: ritirarsi a vivere in campagna, lasciare il lavoro in ufficio, abbracciare uno stile di vita più sobrio ma creativo e appassionante. Susanna Trugenberger queste cose le ha fatte. Oggi gestisce un’azienda di agricoltura biologica ed è proprietaria di un agriturismo di charme incastonato nel verde dei pini e dei cipressi delle colline umbre, a due passi da Gubbio.
La strada che l’ha portata ad avere tutto questo non è stata semplice, né lineare

«Ho superato fin troppi ostacoli in vita mia e ho avuto la forza di reinventarmi a un’età in cui si inizia a pensare alla pensione. Dunque, nonostante le difficoltà imposte dalla pandemia, so di non dovermi arrendere proprio adesso che, per la prima volta dopo tanto tempo, mi sento a casa.

Già, ma cos’è che si può chiamare “casa”? Provengo da un’incredibile commistione familiare di Paesi e culture. Mio nonno, tedesco, ebbe la sventura di innamorarsi di una ragazza italiana e di sposarla proprio quando Italia e Germania diventavano nemiche nella Prima Guerra Mondiale. La nonna si ritrovò a essere moglie del Nemico, ma il nonno fu chiamato a prestare servizio attivo negli uffici e non fu costretto a combattere contro un popolo che amava.

Mio padre nacque in Svizzera, Paese neutrale, e cosa poteva fare un uomo del nord, se non innamorarsi di una siciliana?

In realtà mia madre era palermitana per caso fortuito. Figlia di una nobildonna inglese venuta in Italia a studiare il bel canto e irretita dalle ville gattopardesche nei cui saloni aveva ballato, la mamma aveva vissuto un’infanzia principesca, proiettata in una dimensione internazionale.
Questa commistione di vite che deviavano dai percorsi a cui sembravano destinate avevano fatto della mia famiglia un luogo incredibile di contaminazione culturale in cui magari si parlavano lingue diverse, ma si esprimevano gli stessi valori.

Da ragazzina avevo sognato un lavoro coerente con quel mondo di profonda cultura, aperto all’inaspettato, all’ascolto dell’altro, e pensai che ci sarei riuscita diventando psicoterapeuta.
Finii così per laurearmi a Lubiana ma, prima di poter sostenere l’esame di Stato, mi ritrovai madre di un bambino.
Genitore unico, per giunta, il che significava mettere da parte sogni di carriera e cercare lavori che mi permettessero di avere un’entrata economica immediata. Per questo, quando mi venne offerto un lavoro come centralinista, lo accettai con entusiasmo considerandolo una buona opportunità per inserirmi nel mondo lavorativo.

Da lì iniziai a fare colloqui per ottenere quelle promozioni che mi consentissero di mantenere da sola la famiglia in una città impegnativa come Milano, e ci riuscii. Passai dal ruolo di centralinista a quello di assistente di direzione, poi di alta direzione, poi altissima.

Ogni pochi mesi cambiavo azienda, le mie responsabilità crescevano e così lo stress. Mi ritrovai a lavorare fino a diciotto ore al giorno e trovai aiuto in Carmen, una tata peruviana che si trasferì a vivere da me per stare con mio figlio nelle sere in cui restavo in ufficio. Scherzando la definivo “mia moglie” perché si godeva il bambino e la casa mentre io lavoravo tantissimo e guadagnavo per tutti.

Venni infine assunta in un’azienda multinazionale entrando nel tourbillon dei lavori di alta responsabilità. Per sfuggire all’adrenalina del lavoro avevo trovato una camera di decompressione: una piccola casa di montagna in pietra che sembrava quella delle favole, vicino ai boschi e immersa nella neve in inverno.

Andavo lì ogni fine settimana per ricaricarmi e quando dovevo rientrare a Milano, piangevo. Il mio lavoro, quello per cui avevo combattuto, non mi piaceva più. Non reggevo più lo stress inutile, i rituali del milanese in carriera, gli aperitivi, la competizione. Non mi piaceva la collega che avvelenava la vita in ufficio ed ero annoiata dalla routine lavorativa. Era arrivato il momento di riorganizzare la mia vita, rendendola più simile a me.
Per una volta smisi di pensare a quello che dovevo fare per pensare a quello che mi piaceva. Mi piaceva la condivisione, la creatività, la natura. Mi piaceva ricevere. Sommai queste cose e il risultato fu l’agriturismo.

Decisi che mi sarei trasferita in centro Italia, nei paesi in cui la gente cammina con un altro passo, e mi misi a cercare delle strutture su cui iniziare la mia attività. Le case che trovavo erano bellissime ma io cercavo un posto dotato di anima e il cui stile mi assomigliasse. Sebbene non avessi risorse economiche importanti cercavo il posto perfetto, quello da cartolina.

E un giorno accadde, trovai il casolare che andavo cercando, o forse fu lui che trovò me. Si dice che è così che funziona con il grande amore: lo vedi e sai che è quello giusto. Io non sono esperta di grandi amori, ma di case dove si sta bene e ci si rigenera, sì. Quel casolare immerso nel verde si affacciava su uno dei paesi più suggestivi che avessi visto, con edifici di pietra bianca e una storia millenaria.
Così, spinta dalla forza propulsiva di quel posto magico, diedi finalmente libero sfogo alla creatività che avevo trattenuto negli anni dell’ufficio per seguire la ristrutturazione, l’organizzazione degli spazi e la scelta degli arredi.

Oggi il mio agriturismo è un’oasi di equilibrio e serenità nella magnificenza della campagna umbra, un luogo in cui gli ospiti non si sentono turisti ma parte del territorio. A loro offro il miele e l’olio dei miei ulivi, perché sono anche diventata un’imprenditrice agricola specializzata in agricoltura biologica.

E qui, tra queste mura, torno a sentirmi anch’io parte di un retaggio familiare in cui si prestava attenzione a tutto ciò che di bello e buono la vita può offrire. Per questo ho fatto confezionare le lenzuola a un artigiano fiorentino, scelto asciugamani di buona grammatura e voluto una piscina i cui colori si fondono nel panorama circostante.
Dopo questa stagione così bella e difficile farò come le mie api che si mettono a riposo per trovare nuove energie. Lavorerò al mio sito, curerò il marketing, pianterò nuove rose. Aspetterò nuovi ospiti, respirerò con loro l’energia di questi luoghi.»

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