Rossella Boriosi

Capita che le persone mi raccontino storie. Donne, perlopiù, che a un certo punto delle loro vite sono state costrette a reinventarsi. Le loro sono storie intense, belle, di persone con tanto da dire e molto da fare e che non si riconoscono nella rappresentazione che di loro danno i media, indecisi tra Sora Lella e Belén. [mediakit]

L’agriturismo enogastronomico di Letizia Mattiacci e altre meraviglie

Letizia vive in Umbria e vende sogni. Quando lo dichiara, però, il marito la corregge: non vendiamo sogni, dice, ma cultura, convivialità e ritorno a se stessi. Non per niente hanno deciso di aprire il loro agriturismo “Alla Madonna del piatto” in uno dei luoghi più belli e ricchi di spiritualità del nostro Paese: ad Assisi, di cui ammirano la Basilica semplicemente affacciandosi alle finestre.
La storia personale e professionale di Letizia è assolutamente fuori dagli schemi: dopo aver conseguito la laurea in Agraria con specializzazione in biologia molecolare, Letizia ha girato tutto il mondo in qualità di scienziata finché il richiamo della terra d’origine l’ha riportata dove tutto era iniziato.

“Ero una ragazza introversa, più interessata alla natura che ad andare in discoteca. Dopo aver conseguito la laurea me ne andai in Texas: per me, ragazza di provincia digiuna di inglese, trovarmi in un villaggio universitario variegato e cosmopolita fu uno choc. Passai le prime due settimane a piangere, ma ero troppo orgogliosa per ammettere il fallimento e tornare a casa.
Sei mesi dopo ero perfettamente integrata e avevo capito tre cose: che nessuno dei miei colleghi aveva una cultura alimentare, che i piatti che preparavo erano una grande occasione di convivialità e che gli italiani godono, in quanto tali, di uno straordinario credito gastronomico. Se sei italiano sai senz’altro preparare qualcosa di buono e cucinare piatti che hanno non solo sapore, ma anche un forte potere evocativo. Non lo sapevo ancora, ma stavo mettendo le basi per la mia vita futura.

Tra un campo di ricerca e l’altro conobbi quello che sarebbe diventato mio marito: Ruurd, neurobiologo olandese che viveva a Parigi. Ci incontrammo a Perugia, la mia città, durante una conferenza internazionale. Ci piacemmo subito ma eravamo entrambi proiettati altrove: io avevo in programma di tornare in Texas mentre lui sarebbe ripartito per la Francia.
Mantenemmo i contatti come si faceva ai tempi del mondo analogico: scrivendoci molto e telefonandoci quando i fusi orari erano favorevoli. Qualche mese dopo eravamo insieme in Tanzania a studiare le zanzare malarifere. Per tre mesi Ruurd e io vivemmo in un posto assurdo per capire quale fosse lo stimolo che portava le zanzare a preferire le loro prede, trovandolo nell’odore dei piedi. In effetti, ora che ci penso, non siamo mai stati una coppia tradizionale e romantica.
Finita l’esperienza con le zanzare cominciò quella con le mosche tzé tzé. Venimmo trasferiti a Vienna, presso l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, per studiare gli usi pacifici e alternativi delle radiazioni nucleari e capire come rendere sterile questo insetto. Ogni tanto mi rammaricavo che non mi venisse mai data la possibilità di studiare una bella farfalla, ma non avevo tempo per crucciarmi ché subito si presentava una nuova destinazione: Zimbabwe, Colombia, Zurigo.

In questo frullatore di lavori e viaggi né io né Ruurd riuscivamo a intravedere un futuro nel quale rimanere stanziali. Nelle stazioni di ricerca i contratti di lavoro andavano avanti di anno in anno senza una garanzia di continuità e quando pensammo di poterci fermare a Zurigo fu la stessa città a scoraggiarci, un luogo incolore e senz’anima.
Quando poi scoprii di essere incinta, e la mia capa mi suggerì di affidare il bambino alle tate per tornare al lavoro quanto prima, capii che non avrei potuto crescere mio figlio lì.
Durante una serata in cui ci sentivamo particolarmente abbattuti Ruurd e io ci sedemmo a un tavolo per fare il punto delle nostre vite e vedere come cambiarle partendo da quello che ci piaceva fare.
Ci piaceva accogliere gli amici, ad esempio; ci piacevano i lavori manuali; ci piaceva cucinare. Niente che avesse a che vedere con l’entomologia: era arrivato il momento di fare un reset completo e scegliere noi la meta, anziché attendere che ci venisse indicata. Decidemmo così di tornare in Umbria e aprire un agriturismo.
Quando comunicai a mia madre l’intenzione di acquistare un casolare da ristrutturare, lei mi informò di conoscere un podere che era appena stato messo in vendita. Incoraggiati, decidemmo di visitarlo subito dopo Natale.
In quel memorabile Natale del 1996 Assisi era piena di neve, così tanta neve che la macchina si bloccò lungo la strada che conduceva al casolare e dovetti percorrere l’ultimo chilometro a piedi e col pancione. Il casolare era in una splendida posizione, incastonato a metà della montagna e.. era orrendo, dipinto di giallo e con un urgente bisogno di una ristrutturazione. Meglio così, pensammo, ci saremmo impegnati con più energia nella sua trasformazione.
A luglio ne diventammo proprietari, due mesi dopo ci fu il terremoto – già, proprio il terribile terremoto che colpì Assisi nel 1997. Questo bloccò i lavori di ristrutturazione per due anni e ne furono necessari altri tre per completarli. Per finanziare le spese tornammo a lavorare in Svizzera ma questa volta con uno scopo ben preciso: costruire il nostro agriturismo, a cui dedicavamo ogni momento libero.

Avevamo le idee chiare su quello che avremmo offerto agli ospiti: non un finto albergo ma un luogo con una storia, arredato con quello che avevamo acquistato nei nostri viaggi attorno al mondo: i tavolini a mosaico di Marrakesh, le coperte che avevamo visto tessere davanti ai nostri occhi, il brocantage dei mercatini di antiquariato parigino, i mobili realizzati da artigiani locali.

Sentivo però che questo non bastava ancora, che potevamo offrire qualcosa di più. Così arrivò anche la scuola di cucina.

Nel 2000 le scuole di cucina erano elitarie e riservate agli addetti ai lavori, avevano costi proibitivi e proponevano piatti ricercati, con lo chef che maneggiava il cibo e gli studenti che si limitavano a guardare.
Non era quella la mia idea di scuola di cucina: io volevo insegnare ricette tradizionali, semplici, che potessero essere preparate in breve tempo senza tradire la tradizione culinaria locale. Volevo che i miei ospiti potessero toccare il cibo, manipolarlo, che ci si sporcasse un po’. Volevo, insomma, diventare la versione aggiornata della ragazza a cui i colleghi davano la loro spesa perché la trasformasse in un piatto gustoso.
Quell’intuizione si rivelò vincente e la scuola di cucina, che doveva essere un servizio accessorio all’attività ricettiva, ebbe subito un successo incredibile, tanto da trasformarsi nella mia prima fonte di reddito.
Oggi quello che gli ospiti cercano da me non è solo un buon servizio, ma convivialità e cultura. Vogliono sapere perché è preferibile usare un olio anziché un altro, perché i biscotti preparati con grano antico hanno una resa diversa da quelli fatti con farina semplice, vogliono conoscere la stagionalità dei frutti della terra e delle erbe spontanee, il loro uso in cucina, gli abbinamenti col vino.
Quasi tutti gli ospiti stranieri mi chiedono di insegnare loro a cucinare. Quello che vogliono imparare, però, non è la tecnica ma la conoscenza: conoscere la storia che c’è dietro un piatto, capire da dove nasce una combinazione insolita di ingredienti. Quello che avviene durante le lezioni è, alla fin fine, comunicazione culturale. Io la chiamo “cultura della pasta” perché quando insegno a fare un piatto della tradizione, con ingredienti genuini, so di trasmettere un valore che va al di là della semplice tecnica. Dopotutto, la cucina italiana è fatta di poca tecnica e di molta conoscenza!

Le lezioni sono molto allegre, si cucina assieme in piccoli gruppi chiacchierando e prendendoci tutto il tempo necessario. Siccome ritengo importante che gli ospiti possano replicare i piatti anche a casa loro, aggiorno regolarmente il blog con le ricette scrivendole anche in inglese così da fornire aiuto a distanza, e quando un signore americano mi ha mandato le foto della porchetta fatta secondo la mia ricetta ho capito di aver raggiunto lo scopo.

Oggi posso dire che quello che io e Ruurd abbiamo creato ci somiglia: il nostro è un agriturismo con l’anima, un posto dove si incontrano persone e si fa esperienza, dove in giardino si trovano le piante selvatiche e non il prato inglese, dove nelle notti d’estate si possono guardare le lucciole e le stelle perché non c’è la televisione né la discoteca. In quelle notti lì, Ruurd e io sappiamo di essere finalmente a casa.

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