Rossella Boriosi

Capita che le persone mi raccontino storie. Donne, perlopiù, che a un certo punto delle loro vite sono state costrette a reinventarsi. Le loro sono storie intense, belle, di persone con tanto da dire e molto da fare e che non si riconoscono nella rappresentazione che di loro danno i media, indecisi tra Sora Lella e Belén. [mediakit]

“L’arminuta” raccontata da Donatella di Pietrantonio

«No, non è una storia autobiografica. Però un po’ sì. Non ho vissuto la storia della protagonista, ma conosco il suo senso di abbandono. La sua solitudine. Conosco i suoi paesaggi dell’entroterra abruzzese. Quando ero piccola, anche molto piccola, dovevo percorrere due chilometri per arrivare a scuola, costeggiando un bosco. Avevo paura di una sola cosa, del vento. Un vicino di casa mi aveva detto “Piccola e magra come sei, una ventata più forte delle altre ti porterà via da qui e non ti troveremo più“. Quelle iperboli spregiudicate e incuranti che usiamo verso i bambini piccoli, tanto cosa vuoi che capiscano. Io ero davvero una briciola e ne fui terrorizzata per anni. Mia madre? Le mamme degli anni Sessanta erano presenti, ma non molto disponibili. Avevano altre priorità: il lavoro nei campi, in famiglia. Non si può capire cosa fosse la solitudine di noi bambini, figli del borgo senza essere davvero figli di qualcuno. Forse dunque ho scritto questo libro affidandomi al potere salvifico della scrittura, per metabolizzare certe sofferenze del passato»

Donatella di Pietrantonio risponde alle domande degli studenti del liceo linguistico nella cornice della Sala dei Notari del comune di Perugia. È una signora sorridente e garbata, minuta, forse non diversa dalla bambina che temeva di volare via per un colpo di vento.

Nel caso non abbiate letto l’Arminuta, il romanzo che l’ha premiata all’edizione 2017 del Campiello, fermatevi qui. D’ora in avanti ci saranno spolier

L'arminuta-donatella-di-pietrantonio

«Perché nel libro faccio morire Vincenzo? Ditemelo voi. Cosa pensate dei vostri fratelli, delle vostre sorelle. Come li considerate.»

– La mia è una rompiscatole.
– Da noi vige la regola che chi si alza per prima si veste. Purtroppo a mia sorella le mie felpe stanno meglio. La odio.
– Non vedo l’ora che mio fratello se ne vada di casa.
– … Per l’amor di Dio!

«L’Arminuta e suo fratello Vincenzo non hanno vissuto questa contiguità che porta a esasperarsi l’un l’altro. Si guardano e vedono due bei ragazzi, due adolescenti pieni di ormoni, e si piacciono, tra loro nasce un’attrazione. Ho riservato loro alcune scene… diciamo erotiche, ma che hanno un loro pudore. L’Arminuta e Vincenzo sono, a loro modo, innocenti. Ma, povera Arminuta, così spaesata, sola, priva di una propria identità, senza qualcuno che potesse davvero chiamare madre, non potevo caricarla anche di un incesto!”

«Se ci sarà un seguito? Non amo i racconti con una loro circolarità, quelli con un finale che regala senso compiuto alla trama. Preferisco lasciare sempre le cose un po’ in sospeso, con un finale aperto, interlocutorio. Però devo confessare che Adriana, la piccola Adriana, preme per uscire. In molti hanno riconosciuto in lei la vera protagonista del romanzo. Credo anch’io che lo sia»

«Perché l’Arminuta non viene chiamata col suo nome? Perché non possiamo sapere chi siamo se prima non sappiamo di chi siamo, a chi apparteniamo. Se non conosciamo le nostre radici.»

«Chi salvo delle due madri? Sono entrambe donne vittime di un destino che le ha abbrutite. La madre adottiva ha subito il dolore dell’infertilità, quella biologica della miseria economica ed emotiva, della fatica. Ma salverei quest’ultima. Di fatto la figura della madre adottiva, nella prima stesura, era un personaggio orrendo. Ho dovuto smorzarne la mostruosità rendendola vittima a sua volta: di Guido, il secondo marito, Guido di nome e di fatto. Un uomo che riesce a snaturare il gesto più naturale e spontaneo per una mamma, quello di correre in aiuto del figlio che piange, tenendola inchiodata alla sedia con la sola forza dello sguardo.»

«Perché pongo l’accento sugli odori? È vero, il romanzo ha una dimensione “olfattiva”. Oggi voi abitate case fresche, pulite, deodorate, ma in passato non era così: le vie, le abitazioni, avevano un loro odore, sapevano di cucina, di caffè, di sughi. Di sporco. Ho voluto restituire gli odori di quegli anni e il loro potere evocativo»

«A chi mi ispiro? La mia è una scrittura scarna, per sottrazione, davvero poco didascalica. Il mio modello, inarrivabile, è Agota Kristoff.»

«I libri che più mi sono piaciuti: I primi che mi vengono in mente sono
Memorie di Adriano, di Marguerite Yourcenar
– il sorprendente Le Assaggiatrici, di Rosella Postorino
– e, ovviamente, la Trilogia della città di K. di Agota Kristof. È durissimo. Leggetelo. Vero, professori, che sono pronti ad assorbire il colpo? Be’, secondo me lo sono»

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