Rossella Boriosi

Capita che le persone mi raccontino storie. Donne, perlopiù, che a un certo punto delle loro vite sono state costrette a reinventarsi. Le loro sono storie intense, belle, di persone con tanto da dire e molto da fare e che non si riconoscono nella rappresentazione che di loro danno i media, indecisi tra Sora Lella e Belén. [mediakit]

Mierebbe, ovvero: il lusso secondo Laura

Quando avevo 14 anni, mio padre dette a mia madre una grossa somma di denaro per fare un regalo speciale a noi figlie, qualcosa di inutile e meraviglioso, qualcosa da conservare, qualcosa che avremmo ricordato con piacere di aver posseduto.
Peccato che mia madre fosse una milanese calvinista dallo spiccato senso pratico, e davanti a quel proposito irragionevole decise a modo suo: al posto del maglione bianco in lana d’angora che avevo sognato, mi toccò un paio di mocassini dal taglio maschile “che vanno bene con tutto” di un paio di numeri più grandi del mio piede, “così ti durano più a lungo“.
Sono cose che segnano.
A ogni modo, sono cresciuta con quella idea lì, di praticità. Sogno in grande ma volo basso, non festeggio i compleanni, non mi faccio regali, guardo all’essenza delle cose. Alla confezione preferisco il contenuto, vorrei vestirmi, mi limito a coprirmi. La prosaicità come stile di vita, il rigore come ideologia.

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Qualche anno fa però Laura – persona meravigliosa scomparsa troppo presto, toscana purosangue – ha cambiato la mia prospettiva della cose. Lo ha fatto in un post che riporto integralmente, inserito in una discussione online in cui si confrontava sul tema del lusso: È troppo? È inutile? È inopportuno?
Laura rispondeva così.

«Io ne capisco così poco di moda che per me, prima di iniziare a scrivere qui, “Coccinelle” erano quegli animaletti rossi e neri che ti trovi addosso e portano fortuna.
Però se devo leggere di moda allora preferisco andare agli originali e non ai succedanei.
Ho una cugina che gestiva un circolo Arci in un paesino del pisano; davanti al bar dei “pottini” (cioè quelli con la grana).
In pease le misero nome “Mierebbe” che in toscano significa “bisognerebbe…”

Lei faceva gli stessi cocktail del bar dei pottini, ma a metà prezzo.

Al posto del Martini il vermuth del discount (“Mierebbe metterci il Martini ma io ci metto questo perchè così spendi meno”), al posto del prosecco il Bosca Brut Anniversary (“Mierebbe metterci il prosecco ma così spendi meno”) e così via…

Ecco: a me sembrerebbe un’occasione sprecata venire qui e vedere le cose della Upim ma non perché siano brutte (io mi ci rivesto) ma perché per apprezzare un succedaneo bisogna conoscere l’originale. E capire la differenza. È anche un’educazione “sentimentale” alla bellezza.

Tutti noi abbiamo poster  in casa, ma andiamo al Museo a vedere Caravaggio e Klimt.

Poi nella vita ci adattiamo a quel che possiamo permetterci, a quello che vogliamo permetterci a seconda delle possibilità e anche delle scelte di vita che facciamo.
Io lo so che alcune persone hanno capacità di spesa che è su un altro mondo rispetto a quello della maggior parte di noi. Basta saperlo, però.

Anche gli astronauti erano sulla luna, nel 1969. Però io li guardavo ammirata dalla mia casetta senza bagno e riscaldamento. Mi sono permessa di dire questo perché sono proprio l’antitesi della moda. Però, se di moda devo leggere, che almeno sia alta moda. Sul low cost mi ci so orientare da sola. Per ora.»

(foto da flickr creative commons)

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