Rossella Boriosi

Capita che le persone mi raccontino storie. Donne, perlopiù, che a un certo punto delle loro vite sono state costrette a reinventarsi. Le loro sono storie intense, belle, di persone con tanto da dire e molto da fare e che non si riconoscono nella rappresentazione che di loro danno i media, indecisi tra Sora Lella e Belén. [mediakit]

Mio figlio non gioca a calcio. Sì, è un problema

Prendete un ciuffo di bambini di varia etnia, età e grandezza, metteteli assieme, shakerateli e si ignoreranno.
Gettate un pallone in mezzo a loro e avrete una squadra: tutti giocano, tutti interagiscono, tutti si divertono. Tutti, tranne quel ragazzino che ciondola là in fondo: mio figlio.

foto di Luca Rossato da Flickr CC

«Dai, gioca con noi!» lo invitano gli altri. Lui nicchia, poi, siccome non può sempre far la figura dell’asociale, si trascina fino alla porta. Tanto è lì che andrà a finire quando si renderanno conto che la sua idea di gioco consiste nell’inseguire chi ha la palla, ma tenendosi a distanza affinché a nessuno venga in mente di passargliela. Non saprebbe che farsene.

Ho assistito a questa scena da anni, da quando, cioè,  mio figlio ha iniziato ad avere una vita sociale extrascolastica: al parco cittadino, nei cortili, in spiaggia. A meno che non avesse un dispositivo tra le mani – cioè una di quelle cosine magiche in grado di attirare i bambini come i fiori le api -, il fatto di non saper giocare a calcio nemmeno a livello stradilettantistico è sempre stato invalidante quando si trattava di fare amicizia.

«Devi iscriverlo a una società» ha suggerito sua sorella per anni. Per una socialite qual era lei, impensabile avere un fratello con problemi di relazione e se il calcio era la chiave di accesso all’amicizia tra ragazzini bisognava saperla usare.
Non ero d’accordo, non lo sono stata sono mai. Le amiche con figli sparsi nelle varie società calcistiche ne erano troppo condizionate: allenamenti quotidiani, lavatrici, domeniche mattina in ostaggio delle partite. Io avevo già subito lo spirito di competizione che tracimava dalle pedane della ginnastica ritmica – quelle frequentate dalla sorella dalla vita sociale piena – e non ero pronta a ricominciare. Inoltre non avevo modo di verificare se quello che raccontavano le cronache fosse vero – padri insultanti verso la squadra avversaria e tifoserie estreme – ma mi fidavo, e per un ragazzino così timoroso del confronto non mi sembrava il massimo. Meglio il nuoto, dunque, o l’arrampicata. Meglio l’equitazione, l’atletica, meglio niente.

Adesso Davide ha dieci anni. Quando esce a giocare porta con sé lo skateboard, si diverte, ma spesso da solo. I suoi amici giocano a calcio, di tanto in tanto lo mettono in porta, io assisto allo sfacelo dei gol che subisce e lo rassicuro: coraggio Davide, resisti ancora qualche anno ché poi passa.

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