Rossella Boriosi

Capita che le persone mi raccontino storie. Donne, perlopiù, che a un certo punto delle loro vite sono state costrette a reinventarsi. Le loro sono storie intense, belle, di persone con tanto da dire e molto da fare e che non si riconoscono nella rappresentazione che di loro danno i media, indecisi tra Sora Lella e Belén. [mediakit]

Nostalgie: il guardaroba fatto per durare

La primavera è arrivata all’improvviso, non ho fatto in tempo a fare il cambio di guardaroba. Cappotti e piumini attendono di essere riposti nell’armadio mentre a terra, gettati alla rinfusa, giacciono capi destinati a non essere traghettati nel prossimo inverno: maglioni sformatisi al secondo lavaggio, pantaloni di cui mi sono pentita un secondo dopo aver strisciato la carta, un cardigan preso perché per quel prezzo non potevo proprio lasciarlo lì e mai messo. Al suo posto ho indossato, spesso e con gran gusto, un cardigan di Luisa Spagnoli ereditato da mia madre in memoria dei tempi “in cui eravamo ricchi“.

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Non lo eravamo, anzi, gli acquisti erano pochi e ragionati ma, a guardarli con gli occhi di oggi, si ha l’impressione che ci si trattasse bene: dopo tutto questo tempo parte del guardaroba degli anni Ottanta e Novanta pare non avere intenzione di cedere il passo al fast fashion – per fortuna. Oggi le figlie mi rimproverano di non aver conservato tutto e di costringerle ad acquistare i capi di cui mi sono disfatta nei siti vi abbigliamento vintage. Scrollando le proposte temo sempre di trovarvi le mie vecchie felpe Best Company e i completi Naf Naf acquistati quando le ventenni giravano in tailleur per darsi un contegno, giacche strette e gonne ad A. Se fossi stata lungimirante oggi loro potrebbero godere della sensazione di indossare capi con una storia, forse gli ultimi: niente di quello che ho comprato negli ultimi anni riuscirà ad arrivare nel futuro.

Crysco Photography

Crysco Photography

«Sono entrata a lavorare in una blasonata azienda di maglieria nel ’96, quando ancora si facevano due sole collezioni all’anno: quella estiva e quella invernale, e basta. Per ognuna di queste si lavorava almeno cinque mesi assieme al designer che tutte le settimane veniva in azienda e nel laboratorio a parlare con noi tecnici. Era lui stesso ad accertarsi che tutto procedesse bene, a toccare con mano la produzione  e, poiché era molto intransigente, se non era soddisfatto si approntavano i cambiamenti necessari perché il prodotto fosse perfetto. Anche i titolari venivano negli stabilimenti per controllare personalmente l’avanzamento dei campionari e le collezioni. Per capire le dimensioni della produzione, basti pesare che nel nostro stabilimento eravamo in 94.
Poi è arrivata l’azienda acquirente con i suoi marchi in licenza e le sue capsule collection prodotte per chissà chi, coi bozzetti incomprensibili che arrivavano per fax o via mail senza mai vedere nessuno, senza mai poter chiedere spiegazioni o avere conferma che il lavoro che avevi fatto andasse bene.

Non lo sapevo ancora ma il lavoro come lo avevo conosciuto negli anni precedenti stava scomparendo.

I nostri programmi venivano spediti all’estero via ubs, non sapevamo neanche dove, per produrre capi in posti in cui la produzione aveva costi inferiori che in Italia. A volte tornava qualcosa solo per essere etichettato e rispedito, e che delusione vedere quanto fosse diverso dal campione, quanto fosse scadente!
Ho creduto che cambiando azienda avrei ritrovato quel modo di lavorare che avevo tanto amato, invece sono solo andata peggiorando fino a quando ho smesso del tutto

Spero che ci sia un ripensamento nel modo di produrre e acquistare, spero che si capisca che non è possibile continuare così alimentando questo consumismo irresponsabile e insostenibile.»

Ho trovato la testimonianza di Laura a commento di questo articolo che esprime le mie stese perplessità, ma meglio.

«Qualcosa sta già cambiando, ma ogni cambiamento profondo e duraturo ha bisogno di tempo per attecchire, radicarsi e poi estendersi. Io vedo i semi di questo cambiamento, che sono la crisi economica, la sensazione sotterranea di indigestione verso una gran quantità di prodotti scarsi che affollano i nostri armadi e il nascente bisogno di ridurre i consumi per rispetto del pianeta.» conferma la – artigiana? imprenditrice? stilista? Devo chiederglielo – Sara Gambarelli. «Questi semi hanno già prodotto i primi germogli: noi piccoli artigiani, rigurgitati dal sistema fast, che diamo vita a piccoli laboratori, micro imprese, produzioni slow e su misura.
Ci vuole tempo, ma il cambiamento è già iniziato.»

Intanto mio marito ha già tirato fuori dal’armadio un impermeabile acquistato quindici anni fa in una località di mare dove speravamo di fare il primo bagno e abbiamo trovato vento di tramontana. Un giorno i miei figli ricorderanno quell’impermeabile come il segnale del passaggio alla bella stagione.  Basterebbe questo.

(foto da Flickr con licenza cc)

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