Rossella Boriosi

Capita che le persone mi raccontino storie. Donne, perlopiù, che a un certo punto delle loro vite sono state costrette a reinventarsi. Le loro sono storie intense, belle, di persone con tanto da dire e molto da fare e che non si riconoscono nella rappresentazione che di loro danno i media, indecisi tra Sora Lella e Belén. [mediakit]

Partorire un figlio adulto

parto
Si dice che i dolori del parto si dimentichino subito “Ché sennò ci saremmo già estinti” dice mia madre.

A ogni modo non è vero, basta concentrarsi e si ricordano tutti: le doglie che aumentano di ritmo e di intensità, l’onda che sale e toglie il fiato, qualcuno che urla, ti concentri per capire chi, e sei tu. Soprattutto si ricorda l’ultima fase, quando il bambino chiede di uscire e il corpo ti impone di spingere, ma tu freni ché temi di romperti tutta.

C’è questa mistica del parto, questa retorica della sofferenza, questa narrazione piena di pathos che spiega sin dove non si vorrebbe sapere cosa accade durante il travaglio. Eppure, quando toccò a me, tutto quello che seppi fare dopo fu recriminare contro mia madre: “Fa male! Fa molto male! Perché non mi avevi detto quanto?” Come se film, libri e racconti delle amiche non mi avessero preparata a sufficienza a quel dolore. Un dolore che non ha a che fare solo con le ossa che si allentano, il corpo che perde il baricentro e si allunga, si sdoppia, dando vita a un’altra persona – no. Quel dolore ha a che fare anche con l’esasperazione, contiene un pizzico di rancore – più di così non posso spingere, più di così non posso fare, più di così non posso. Cosa aspetti a nascere una volta per tutte, figlio mio? Non puoi finalmente smettere di farmi soffrire, non puoi smettere di tediare, non puoi iniziare a darti da fare, alzare le chiappe, raccogliere la tua roba, sistemare la camera, trovarti un lavoro, farti una vita tua, con le tue regole e le tue abitudini, così diverse dalle mie, lontano da qui?

Si dice che la fase più dolorosa del parto sia l’ultima, quella espulsiva. Questo è vero anche quando il figlio da espellere è ormai grande.

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