Rossella Boriosi

Capita che le persone mi raccontino storie. Donne, perlopiù, che a un certo punto delle loro vite sono state costrette a reinventarsi. Le loro sono storie intense, belle, di persone con tanto da dire e molto da fare e che non si riconoscono nella rappresentazione che di loro danno i media, indecisi tra Sora Lella e Belén. [mediakit]

Persone da ringraziare: le suocere

suocere

La mia prima suocera era veneta.

Lavorava in fabbrica come turnista anche se avrebbe potuto permettersi di stare a casa e seguire quello che le interessava davvero fare: cucire abiti seguendo i cartamodelli di Burda. “Perché mi piace avere denaro mio, da spendere senza dover rendere conto a nessuno” diceva.
Io le ero simpatica “..ma non troppo. Ti mancano diverse acque di cottura” chiosava.
Cosa voleva dire?
Lo capirai tra qualche anno”

La seconda suocera era irlandese

Attraversava la vita familiare con indifferenza da sfinge donando pochissimo di se stessa, persa com’era dietro pensieri che non amava condividere.
“She works so hard!” spiegavano i suoi quattro figli annuendo vigorosamente “She has so many responsabilities!”

La signora si occupava di cani: li lavava e ne sfoltiva il pelo in un piccolo laboratorio annesso a un centro di veterinaria.
Non più tre o quattro al giorno e solo dietro appuntamento, non esattamente un’attività stressante né mentalmente impegnativa, che però la famiglia portava come esempio di impegno e dedizione.
La suocera irlandese raramente cucinava ma, quando accadeva, i figli e marito le erano grati e volevano che lei lo sapesse. Tra un boccone e l’altro le dedicavano piccole frasi di ringraziamento e a fine pasto i ragazzi commentavano la cosa: “Oggi la mamma ha cucinato per noi”.
La suocera rispondeva distratta con vaghi accenni di capo, cogliendo tanta ammirazione con condiscendenza e malcelato fastidio .

Io ero incredula: mia madre all’epoca lavorava a tempo pieno riuscendo a mettere la famiglia a tavola a ogni pasto, tenere la casa pulita e curare il guardaroba di tutti. A nessuno di noi era mai venuto in mente di ringraziarla per il suo impegno e io soffrivo dei complimenti destinati alla suocera irlandese come per un tributo immeritato

La terza suocera è polacca

Ha settant’anni e lavora come ingegnere elettrico da quarantacinque.
Un giorno, tanti anni fa, mi sorprese nella taverna della nostra vecchia casa di Cracovia mentre stiravo mucchi di panni con addosso un accappatoio e un mollettone tra i capelli.

Lei mi guardò e mi sgridò, severa.
“Cosa sei diventata” disse “Ti ho conosciuto che eri una splendida ragazza, ti curavi, ti interessavi del mondo, e guardati ora. Sei dentro una delle città più belle al mondo e te ne stai qui con un ferro da stiro in mano”

Rimasi spiazzata. Avevo creduto che il suo sguardo fosse di approvazione e che apprezzasse il mio senso di dedizione alla famiglia così come riuscivo a esprimerlo. Fui molto in imbarazzo per me stessa.

Ieri sera, mentre un vento da tregenda mi teneva sveglia, pensavo a quanto fossero cresciute le ragazze e a quanto si fosse avvicinato il tempo in cui i giochi sono fatti, l’educazione è impartita e lo spazio di manovra ridotto.

Mi sono augurata di essere riuscita a passare loro un bandolo del filo rosso che lega tra loro le donne della famiglia – zie, nonne, parenti e amiche dalla vita densa. Tra queste, le mie suocere (che inizio a capire solo ora)

Finché suocera non vi separi” di Michela Foti e e Annalisa Amadesi

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