Rossella Boriosi

Capita che le persone mi raccontino storie. Donne, perlopiù, che a un certo punto delle loro vite sono state costrette a reinventarsi. Le loro sono storie intense, belle, di persone con tanto da dire e molto da fare e che non si riconoscono nella rappresentazione che di loro danno i media, indecisi tra Sora Lella e Belén. [mediakit]

Quando ci innamorammo di Goldrake

Il 4 aprile 1978 avevo dodici anni e gli ormoni pronti a deflagrare. Non potendo indirizzarli su coetanei brufolosi e neppure su attori o cantanti – il panorama musicale e cinematografico era colonizzato da gente dell’età dei miei genitori – il friccicore al core non poteva che ricadere su un personaggio dei cartone animati bellissimo, misterioso, virile e dotato di pantaloni a zampa d’elefante.

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Goldrake, lo ricordo come fosse ieri, fece la sua comparsa nel tardo pomeriggio di quarant’anni fa, annunciato da una innocua Maria Giovanna Elmi e dopo la messa in onda di cartoni della vecchia scuola, quelli con personaggi orrendi e inespressivi che si muovevano a scatti pronunciando battute da oratorio, oggi ricordati con nostalgia solo perché appartenuti alla nostra infanzia. Quel polacco di mio marito, ad esempio, è ancora appassionato dalle storie di Lolek i Bolek.

Fu una rivoluzione. Noi ragazze fummo rapite dalla mascellona volitiva e i boccoli di Actarus, i ragazzi dai seni di Venusia. Ma non era solo una questione di grafica o di estetica: per capire il fascino che la serie esercitò su di noi bisogna prestare attenzione alla trama: la cospirazione aliena taciuta, le identità nascoste, la doppia vita del protagonista – contadino di giorno, eroe alla bisogna; la trasformazione di Actarus in Goldrake, robottone antropomorfo che soccombeva alle armi del nemico ma lo vinceva ugualmente grazie all’alabarda spaziale e solo con quella, tanto che ci domandavamo perché non la usasse sin da subito; la triangolazione “Alcor innamorato di Venusia innamorata di Actarus”; Venusia, che scopriva l’identità di Actarus e decideva di unirsi alla lotta, comunque più interessante della vita in fattoria; la minaccia di Vega, pericolo nascosto all’umanità ma non a tutta; il contrasto tra la vita quotidiana  e la sciagura imminente; i sentimenti dei protagonisti mai rivelati, solo sottintesi.

Siccome colgo le mode quando ormai sono agli sgoccioli, scoprii la serie Atlas Ufo Robot quando questa era già alla nona puntata. Protagonista dell’episodio era Mineo, la comandante con missione suicida inviata da Vega per annientare Goldrake ed evitare così la distruzione del proprio pianeta. La robottona guidata da Mineo aggancia il disco volante di Goldrake e quasi riesce a stritolarlo tra le sue cosce d’acciaio (e già qui.. ) ma Goldrake si sgancia, la ferisce, la cura, la salva. Quello che segue è un lungo cadere dentro un sentimento che forse è amore, forse è attrazione, forse è solo riconoscersi nella stessa condizione di schiavi del giogo di Vega. Mineo può uccidere Actarus ma vi rinuncia e così facendo va consapevolmente incontro al suo destino di vittima sacrificale, non più per volontà di Vega ma in nome di un ideale. Actarus ne piange la morte promettendo nuova forza alla sua battaglia di esule e partigiano.

Insomma, davvero un’altra cosa rispetto gli Antenati!

Contro Goldrake si scatenarono in molti: Nilde Iotti, Alberto Bevilacqua, Dario Fo, Silverio Corvisieri, Nantas Salvalaggio, la Sinistra – più o meno tutta – secondo la quale il cartone animato proponeva un modello fascista, e la Destra – più o meno tutta – infastidita dalla condizione di profugo extraterrestre del Nostro. Alla crociata contro Atlas Ufo Robot si unirono poi le solite associazioni di genitori, di politici, di giornalisti e mio padre, secondo il quale si trattava di un cartone violento e diseducativo e basta.

Noi ragazzi ce ne fregammo e iniziammo a sviluppare nuovi  codici di comunicazione (“luna rossa, Vega sta per attaccare“) e nuovi riti (“finiamo i compiti prima che inizi la puntata“) e quando la serie finì a salvarci dal lutto furono le figurine da collezionare.

Qualche giorno fa ho mostrato alcune puntate a mio figlio novenne perché capisse l’hype della commemorazione. Lui le ha seguite con entusiasmo e interesse, ma io no: abituata alla precisione della computer grafica, quei disegni mi sembravano grossolani, la trama di ogni episodio ripetitiva, il ritmo lentissimo. Così gli ho chiesto di tornare a guardare Adventure Time, per favore,  e che non se ne parlasse più.

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