Rossella Boriosi

Capita che le persone mi raccontino storie. Donne, perlopiù, che a un certo punto delle loro vite sono state costrette a reinventarsi. Le loro sono storie intense, belle, di persone con tanto da dire e molto da fare e che non si riconoscono nella rappresentazione che di loro danno i media, indecisi tra Sora Lella e Belén. [mediakit]

Sara Gambarelli: chi è, cosa fa, perché dovete seguirla

Sono fan di Sara Gambarelli a sua insaputa. Di lei mi piacciono la professionalità, l’attenzione per i dettagli, i capelli indomiti che tradiscono caparbietà e testardaggine, e quel profilo che tiene ostinatamente basso mentre potrebbe atteggiarsi a – che so -, stilista freelance che crea pezzi unici venduti in tutto il mondo a signore esigenti. Perché questo fa.
Sara, dimmi almeno come hai cominciato!

«Il percorso che mi ha portato a diventare imprenditrice non è stato voluto e nemmeno programmato. Ci sono arrivata perché… dovevo pagare le bollette!
Sono partita 15 anni anni fa dalla Puglia. Ho lasciato la mia famiglia quando avevo 19anni per trasferirmi in Toscana per poter studiare moda. Non sono figlia d’arte e non so dove io lo abbia preso, tutto questo bisogno di creatività, di esprimere l’armonia delle forme e dei colori. In famiglia nessuno fa niente di creativo: mio padre lavorava in banca, mia madre è consulente del lavoro, mio fratello vende automobili e mia sorella lavora come bidella in un istituto comprensivo. Io volevo disegnare vestiti

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«Mi sono scelta un corso di laurea breve, nel campo che mi interessava: avevo una gran fretta di entrare nel mondo del lavoro! Dopo tre anni e mezzo, mi sono laureata Tecnico di Progetto Tessile col massimo dei voti, a Firenze.
Ero entusiasta di cominciare, ma il mondo del lavoro non era lì ad attendermi: era appena cominciata la peggior crisi economica dal dopoguerra. Dopo vari lavoretti per mantenermi – e pile di curriculum inviati – un anno dopo la laurea ho trovato lavoro come stilista in una piccola azienda di abbigliamento di Prato, di proprietà cinese.
Ci sono rimasta per 4 anni.

Lì dentro ho fatto di tutto. Era una piccola azienda e ho ricoperto le mansioni più disparate: ho disegnato vestiti, individuato i difetti dei campioni di prova, fatto ordini ai fornitori, curato i rapporti con la stampa, mi sono occupata della grafica e degli shooting fotografici. È stata un’esperienza formativa importantissima. Non facile, anzi. Ho avuto momenti difficili. Però con gli occhi di oggi guardo indietro e mi dico che senza di quella probabilmente oggi non avrei potuto mettere su una mia azienda. Perché oggi io mi occupo di tutto: invento, disegno, faccio i cartamodelli, cucio i capi, rispondo alle clienti, stilo preventivi, carico i prodotti nell’e-commerce, curo la comunicazione sui social e faccio pure le foto ai prodotti per il sito.»

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«Mentre lavoravo seguivo anche corsi di modellistica e mi lanciavo in progetti personali: finite le mie 8 ore di lavoro, mi fiondavo a casa a dipingere magliette, ricamare guantini, creare sciarpe e borsette che poi avrei proposto ai negozi.
Avevo un enorme bisogno di creare qualcosa di mio che non trovava sfogo nonostante il mio lavoro di stilista a tempo pieno.
Peccato che quello che facevo non piacesse a nessuno: i negozi non volevano i miei capi nemmeno in conto vendita. Io continuavo a bussare a tutte le porte, e tutte le porte mi venivano chiuse in faccia. Così per anni. Una volta andai in una boutique a Firenze con una bustona piena di sciarpe e la titolare non volle nemmeno guardarle, semplicemente mi diede l’indirizzo di un negozio che avrebbe fatto al caso mio. Tutta contenta, presi l’indirizzo e ci andai. Vi trovai un mercatino dell’usato. Fu un’umiliazione grandissima, che faticai a digerire.
Tutti questi tentativi mi demoralizzavano molto, ero arrivata al punto di convincermi che non valevo niente, che avevo sbagliato lavoro, che non ero portata.»

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La crisi nel frattempo rendeva tutto più difficile. L’azienda in cui lavoravo decise di ridurre il personale e mi mandò via.
Il mercato del lavoro nel frattempo era peggiorato ulteriormente e nessuna azienda voleva assumermi. Decisi così di aprire partita Iva per sfruttare le piccole collaborazioni.
Funzionò, bene o male, per un paio d’anni: lavoravo come  consulente esterna e disegnavo collezioni di abbigliamento e grafiche per le magliette. Ma dopo due anni, nel 2014, ci fu un altro momento nerissimo. I clienti perdevano lavoro e mi riducevano le commesse, io mi ritrovai con le bollette da pagare e un sacco di tempo libero a disposizione. Un vero incubo.

Cominciai a cucire per quello, per impiegare il tempo. Detestavo sentirmi improduttiva. Non avevo in mente di vendere: cucivo per me. E dato che sono una social addicted, pubblicavo le foto di quello che cucivo sui social. E, subito, qualcuno mi chiese: “quanto costa?“. È stato lì che mi si è accesa una lampadina. Ho pensato perché no?. Dissi una cifra (ridicola), la potenziale cliente sparì. Ma ormai non mi scoraggiavo più, la lampadina era stata accesa. Dopo poco, partii per passare agosto in Puglia, dalla mia famiglia. Ma invece di andarmene in vacanza, andai a prendere lezioni da una sarta del mio paese.
Tornai a settembre a Prato con il mio primo capo sartoriale cucito a regola d’arte. E mi chiesi, E ora? Non volevo tornare a fare il giro dei negozi e prendere altri no. Decisi di sfruttare il web: l’interesse era partito da lì e lì avrei tentato di vendere. Direttamente, senza intermediari. Chiesi a un’amica di farmi da modella, le scattai delle foto con i miei capi addosso e caricai le foto su Facebook. Misi mano al negozio che avevo aperto su Etsy, studiai la SEO e come farlo funzionare.
E cominciò a funzionare

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Il primo ordine mi arrivò da un contatto Facebook. Il secondo da Etsy, dal Regno Unito, da Cardiff. Me lo ricordo perché ho dato il nome Cardiff alla mantella che ho venduto lì. E mi ricordo anche che stavo correndo, quando ricevetti l’ordine. Sentii il suono dell’applicazione, controllai, incredula e cominciai a saltare e urlare come una pazza, da sola, nel mezzo della pista ciclabile.
Quello é stato l’inizio.
Da quel momento ho venduto in altri 16 Paesi in tutto il mondo, compresi posti come Singapore, Rejkyavik e Honolulu. Mi mancano l’Africa e l’Antartide, ma forse in Antartide non ci arriverò mai!

Nel corso degli ultimi tre anni, le cose si sono evolute. Da casa, sono passata a lavorare in un laboratorio. Ho preso in affitto un piccolo spazio e lì gestisco tutto. Ho aperto un sito mio. Continuo a mantenere il mio lavoro part-time come grafica, al mattino (per un’azienda che nel frattempo mi ha assunto) e lavoro per me, nel mio laboratorio, al pomeriggio. E alla sera.

Ho fatto altri corsi, non smetto mai di studiare. L’anno scorso ho studiato sartoria in una scuola importante di Prato. Al momento sto perfezionando il mio inglese e studiando la comunicazione digitale.
Ho appena lanciato la mia prima collezione sposa. Continuo a fare tutto io, ma chissà, magari presto avrò bisogno di un aiuto fisso. Lo spero.»

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