Rossella Boriosi

Capita che le persone mi raccontino storie. Donne, perlopiù, che a un certo punto delle loro vite sono state costrette a reinventarsi. Le loro sono storie intense, belle, di persone con tanto da dire e molto da fare e che non si riconoscono nella rappresentazione che di loro danno i media, indecisi tra Sora Lella e Belén. [mediakit]

Scuola: tre mesi di vacanza sono troppi

«Ventiquattro ore al giorno con i figli, tutti i giorni, per tre mesi. Un premio per non aver ucciso nessuno è contemplato?»

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Non saprei, Laura, ma nel caso spetta a me. Solo ieri ho minacciato mio figlio di morte certa se avesse continuato a ululare contro la sorella in un impeto di regressione fuori controllo che lo ha colpito in maniera implacabile e inspiegabile. Anzi, no: spiegabilissima: tre mesi di vacanza sono troppi, e ora che finalmente sono finiti possiamo ammetterlo. I ragazzi passano dalle attività organizzate dei mesi scolastici alla nullafacenza, dall’entusiasmo allo spleen. E se non ne possono più loro, figuriamoci noi.

Mi chiedo: non si potrebbe articolare diversamente il calendario scolastico? Evitare di fare tuttaunatirata da settembre a giugno inserendo una tregua nell’anno scolastico, limitando a sei settimane la vacanza estiva come fanno i Paesi europei?

«Tredici settimane a casa dalla primaria in avanti sono un’eternità che nessuna società evoluta dovrebbe tollerare» chiosa Francesca, e sono d’accordo. «Conciliare i figli in vacanza con il lavoro per tre mesi è un impegno che farebbe tremare i polsi a chiunque, figuriamoci a un genitore senza aiuti familiari e che può solo contare su prezzolatissimi centri estivi. Non è giusto far pesare la chiusura delle scuole esclusivamente sulla gestione familiare!»

Però c’è anche a chi piace avere più tempo da passare con i ragazzi in relax, senza le scadenze  gli impegni a cui sono costretti tutto l’anno.

«Mi sembra una questione che va al di la’ del gusto e del piacere personale. » – continua implacabile Francesca – «Il modello culturale italiano prevede un’organizzazione familiare con una o più figure – i nonni ad esempio – destinati all’accudimento, e l’adozione di soluzioni su misura come centri estivi, amici compiacenti, congedi, licenziamenti, precariato. Ma manca una organizzazione strutturale. E poi, prima di dare una valutazione sul gradimento, mi piacerebbe leggere una valutazione di impatto sull’apprendimento. Dopo 13/14 settimane di vacanza, quanto e’ crollato il rendimento? Che modello culturale stiamo approvando e tramandando ai nostri figli? Le nottate sui libri l’ultima settimana o un apprendimento graduale e ben calibrato su tutto il tempo scolastico? Insomma, la questione non è solo la fatica di conciliare figli e lavoro durante la pausa estiva e nemmeno i costi che la famiglia sostiene per poterlo fare. Il problema è capire se questo paese sta facendo scelte politiche sensate e strategiche per il futuro in tema di istruzione. E questo si vede anche dai tre mesi di nulla estivo. Insomma: tre mesi di vuoto non sono più sostenibili!»

Sono d’accordo. Manca un adattamento ai cambiamenti – ci molte più donne lavoratrici rispetto ad un tempo, innanzitutto – e una settimana o due di vacanza ogni sei settimane consentirebbe ai ragazzi di arrivare a fine anno meno stremati. La conciliazione è sull’agenda politica solo a parole e il welfare familiare ricade quasi tutto sulle spalle di nonni e mamme particolarmente sensibili ai sensi di colpa, ché “cosa li hai fatti a fare i figli se poi non sai gestirli?”

Oggi comunque tutto questo è alle spalle. Oggi i portoni delle scuole sono stati riaperti, ci possiamo riappropriare dei nostri ritmi, lavori, vite. C’è sollievo generale e un magone senza nome, senso di gioia, di vuoto e ineluttabilità. Poi, magari, già da ottobre cominceremo a rimpiangere le giornate estive trascorse tra tetris e sudore.

Forse. E comunque, solo fino alla prossima estate.

 

(foto da Flickr in licenza cc)

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