Rossella Boriosi

Capita che le persone mi raccontino storie. Donne, perlopiù, che a un certo punto delle loro vite sono state costrette a reinventarsi. Le loro sono storie intense, belle, di persone con tanto da dire e molto da fare e che non si riconoscono nella rappresentazione che di loro danno i media, indecisi tra Sora Lella e Belén. [mediakit]

«Se non hai figli, non puoi capire»

L’ultima in ordine di tempo è stata la giornalista Elisabetta Ambrosi dalle pagine de Il Fatto Quotidiano, commentando l’orrendo delitto di Cisterna di Latina in cui un padre ha tolto la vita alle sue due figlie e tentato di ucciderne la madre. “Chi ha figli facilmente si immedesima” – scrive. “Tutte noi con bambini lo abbiamo fatto in questi giorni, guardando realizzato il nostro peggior incubo”.
«Arrivata al “chi ha figli facilmente si immedesima” ho smesso di leggere. Perché, chi non ha figli non può immedesimarsi? Ne sarebbe fisiologicamente incapace?» scrive nei commenti una lettrice rendendo chiara a me stessa una stonatura nelle parole della giornalista che faticavo a mettere a fuoco. È necessario essere genitori – nello specifico: madri – per cogliere appieno il senso di una questa tragedia?

figli

“Affermare che chi non ha figli non può capire è come dire che non si può capire la tragedia di Giulietta se non si è una quattordicenne psicopatica veronese del Tredicesimo secolo” scrive Enrica Tesio in un post di qualche anno fa, e come al solito mi trova d’accordo. Tuttavia, penso che effettivamente ci siano  delle situazioni e delle emozioni che solo chi ha figli può capire, solo che non hanno a che fare con la capacità di immedesimazione, sensibilità ed empatia delle persone
Proverò a elencarli.

La solitudine. È il grande paradosso di quest’epoca, sentirsi soli mentre il mondo genitoriale non fa che parlarsi addosso. “Voi non ve ne rendete conto, ma tutta la società è a misura di genitori & figli” dichiara mia sorella. Forse all’apparenza. A fronte di tutto questo gran parlare di bambini, di maternità, di genitorialità, ci sono frotte di genitori – madri, perlopiù – lasciate a se stessi. La solitudine delle madri, in particolare, è qualcosa che si fa fatica a spiegare, ha più a che fare con la sensazione – vaga, sfumata, incredibilmente forte – di aver perso il proprio baricentro senza essere riuscite a trovarne uno nuovo. Siamo come Sandra Bullock che ruota su se stessa  nel film Gravity, una centrifuga inarrestabile e terrorizzante di eventi rispetto ai quali si arriva completamente impreparate e che nei casi peggiori porta alla depressione, nei migliori costringe a ridefinirsi a se stesse e al mondo (che intanto rimane a guardare dando tanti consigli su cosa fare ma senza allungare le mani per consentirti di farlo. Non sono affatto sicura di essermi spiegata.)

La solitudine (sì, ancora). Quando ti sei ripresa dal tourbillon della prima infanzia, eccoti fagocitata in un mondo che non è il tuo: è quello dei figli. I nostri genitori ne prendevano le distanze – ci mettevano in un tavolo a parte nei pranzi di famiglia, ci spedivano fuori dalla stanza quando dovevano parlare, ci rimboccavano le coperte nel tardo pomeriggio per avere qualche ora solo per sé – mentre ai genitori di questo scorcio di secolo è stata insegnata l’importanza dell’ascolto e della condivisione, della partecipazione, ed eccoci in un mondo fluido, né adulto né infantile, in cui si fa fatica a orientarsi.

Il senso del tempo cambia. Mentre il mondo tiene il proprio ritmo, perdiamo il nostro. Arranchiamo, inciampiamo, veniamo lasciati indietro. Avvertiamo a livello epidermico che c’è qualcosa di sbagliato in tutto questo, ma non ci soffermiamo a lungo a pensare cosa per non soccombere al senso di fallimento e frustrazione.

Il giudizio degli altri. Gli occhi del mondo sono puntati sull’educazione impartita dai genitori – no, non è vero: sono fissi sulle madri, ché viviamo in epoche in cui i bambini  nascono per partenogenesi, non c’è altra spiegazione. Dov’era la madre? si legge ovunque quando avviene un fatto di cronaca, e semplicemente una ragazzata destinata a non uscire dalla riprovazione generale della chat di classe. Dov’era la madre? La madre è misura di tutte le cose, deve mantenere equilibri familiari e professionali senza lamentarsene troppo ché tutta questa retorica della maternità sofferente e sacrificale ha rotto le palle. L’immagine che i media danno della madre  è quello di donna rilassata, sorridente e realizzata, una donna organizzata. Perché tu non sei così? E, soprattutto, dov’eri metre tuo figlio usciva dal tuo controllo facendo qualcosa di sbagliato ? Il giudizio del mondo sull’operato della madre è spietato e implacabile, anche quando a compiere un’azione esecrabile è il figlio maschio, anzi, soprattutto  in quel caso. “Dov’era la madre, perché ha permesso che accadesse, si era resa conto che era soprattutto sua la responsabilità di educare il figlio?” si legge nei commenti dei casi di femminicidio. La madre, la madre, la madre. E i padri? Non ci sono, se ci sono non hanno colpe. Perché non c’erano, appunto.

Per uscire da questo tunnel e di solitudine e dita puntate ecco fiorire i blog, i gruppi di mutuo auto aiuto, ecco inventare la retorica della madre imperfetta, fallace, ironica, spiritosa. Perché talvolta l’unica alternativa al piangere è tentare di ridere. E il peso di quella solitudine densa che in apparenza è folla e festa, di quel giudizio che cambia l’idea che abbiamo di noi stessi e tocca corde che non sapevamo nemmeno di avere, in effetti, si capiscono quando si hanno figli, per forza.

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