Rossella Boriosi

Capita che le persone mi raccontino storie. Donne, perlopiù, che a un certo punto delle loro vite sono state costrette a reinventarsi. Le loro sono storie intense, belle, di persone con tanto da dire e molto da fare e che non si riconoscono nella rappresentazione che di loro danno i media, indecisi tra Sora Lella e Belén. [mediakit]

Stanca di guerra (alle rughe, perlopiù)

L’algoritmo sa che son vecchia, è convinto che io sia disperata per via dell’età e dei segni che gli anni hanno lasciato sul viso e nel corpo. Deve essere questo il motivo per cui le pubblicità che mi propone sono inviti alla lotta:

Combatti le rughe”, “Ricarica le tue difese antiossidanti”, “Rinforza il collagene”, “Proteggiti dalle aggressioni diurne”, “Difenditi dai raggi solari”, “Attiva i principi ripatori” “Potenzia le funzioni antietà”, “Sconfiggi il passare del tempo”.

Un linguaggio militaresco e belligerante per una guerra che ho alcun desiderio di dichiarare.

L’età viene presentata come un nemico da combattere, le armi che la scienza mette a disposizione permettono di innestare nei nostri volti silicone, tossine, sieri, iniettare collagene, spararsi ultrasuoni microfocalizzati, inserire fili di sospensione, bruciare palpebre – o, alle brutte, se proprio il portafogli non ci permette altro che ripiegare su un rimedio casalingo, trafiggere la pelle del viso col dermaroller, cioè questa cosa qui che quando l’ho vista non ci credevo: una spazzola con aghi in titanio con cui bucherellarsi la faccia. Fa ringiovanire, dice.

L’ultima volta che sono andata in profumeria la commessa ventenne che mi era capitata in sorte mi ha sgridato: la pelle del viso conservava una grana sottile ma – santa pazienza! – era piena di discromie.
Le discromie! Ragazzina, avrei voluto dirle, è già un miracolo che sia uscita viva dagli anni Ottanta: all’epoca le discromie si sconfiggevano spolverando sul viso una terra arancione che regalava un aspetto marrone e traslucido. Ai dark andava meglio, loro le combattevano a colpi di polvere di riso che donava un aspetto languido e malaticcio.
Ma siccome sono sopravvissuta al trash degli anni Ottanta, al nichilismo dei Novanta e persino alla deriva New Age del Duemila, mi chiamo fuori dagli estremismi di questa epoca piena zeppa di sorelle Kardashian.

Devi sapere, ragazzina dalla pelle cromaticamente perfetta, che a me l’ideale estetico contemporaneo kardashanesco non piace affatto, lo trovo esasperato e persino parodistico nella sua ricerca del turgore estremo e fissità. Le sopracciglia vengono tatuate mi fanno orrore, le fronti botuliniche mi mettono a disagio, gli zigomi rialzati mi procurano risatine isteriche, le bocche pompate mi ricordano Zia Paperina ed è meglio che non dica nulla sulla pratica del contouring, ché alla fine mi sembra sempre di avere di fronte non una persona, ma un avatar.
Ma si può ragionevolmente desiderare – alla mia età, poi – di somigliare a creature realizzate con programmi di computer-grafica?

Così ho preso atto di essere stanca, stanca di guerra – guerra al tempo, alle rughe, ai raggi UVA, alle imperfezioni. L’ideale di bellezza che viene proposto dai media e dalla ragazzina della profumeria non è il mio e adesso vivo un paradosso: proprio ora che avrei più bisogno di essere truccata, ho meno interesse a farlo. A volte mi succede come in quei sogni in cui ci si accorge di camminare per strada in ciabatte: a me capita di realizzare mentre sono in mezzo al traffico che quella cosa che avrei dovuto fare prima di uscire di casa – e che continuava a sfuggirmi dalla mente – era spalmarmi un po’ di copriocchiaie (ma a questo servono i semafori, no?).
Dunque va bene curarsi, limitare i danni, ma care aziende che parlate a noi signore dell’età di mezzo, potreste farlo senza farci venire altre ansie ché tra lavoro, famiglia e amici abbiamo il nostro bel daffare? Tanto, anche se la sera ci tiriamo su la faccia con i palmi delle mani per vedere come staremmo coi lineamenti più tonici, continuiamo comunque a sospirare dietro la bellezza stropicciata di Jane Birkin e alle palpebre cadenti di Charlotte Rampling

(immagini da Flickr in modalità CC)

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