Rossella Boriosi

Capita che le persone mi raccontino storie. Donne, perlopiù, che a un certo punto delle loro vite sono state costrette a reinventarsi. Le loro sono storie intense, belle, di persone con tanto da dire e molto da fare e che non si riconoscono nella rappresentazione che di loro danno i media, indecisi tra Sora Lella e Belén. [mediakit]

Stefano, che ha scritto il libro che avevo bisogno di leggere

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Nell’estate dei miei diciotto anni strinsi un’amicizia – intensa, fortissima, totalizzante – con Giovanni.
Lo incontrai a Londra, dove lavoravo come ragazza alla pari in una famiglia ebrea ortodossa piena di ragazzini e magliette da stirare.
Erano gli anni del Thatcherismo e la città era cupa, si respiravano rabbia, sconforto e frustrazione -sentimenti difficili da comprendere per chi veniva dall’opulenza della provincia italiana. Nell’euforia della nuova situazione – e ingannata dai prezzi espressi in poche cifre – avevo speso quasi tutti i miei soldi nella prima settimana e avevo chiaro che per la prima volta in vita mia avrei dovuto provvedere a me stessa. Giovanni mi aiutò a superare disorientamento e rabbie punk

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Avevo da poco finito il liceo mentre Giovanni era vicino alla laurea in Psicologia e parlava del suo futuro con entusiasmo. Insieme ci sentivamo pionieri di qualcosa che non riuscivamo a mettere a fuoco.
Delle nostre vite da adulti, forse.
Per quaranta giorni ci scambiammo segreti, desideri e anime, ma nemmeno un bacio.

Fu lui a partire per primo. Non volle che ci si incontrasse un’ultima volta, ché non sapevamo come avremmo affrontato lo strazio dell’addio; però una settimana più tardi mi arrivò una sua lettera. Conteneva solo un passo de Il Piccolo principe, quello della volpe e dei campi di grano, facendomi piangere moltissimo.

La sola cosa che posso dire a nostra discolpa è che eravamo così giovani da credere in Richard Bach, Saint Exupéry ed Herman Hesse.

Nelle lettere che seguirono (ho un’età sufficiente a ricordare epoche in cui la gente si scriveva su carta) Giovanni dette forma alla nostra amicizia rendendola indimenticabile e rendendomi particolarmente sensibile agli uomini capaci di mettere parte della propria anima in uno scritto.

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Questo spiega anche perché Stefano D’andrea mi abbia conquistata con il suo libro, “La vita è una pizza”
Di Stefano so soltanto quello che scrive su facebook: che ha la mia età – ma la porta peggio – che il suo gatto muore sempre, che ha una compagna di nome Betta e una figlia, Margherita, e che è autore de La vita è una pizza , libro che so leggendo da tanto, da settimane. Adesso sono arrivata a metà e ho sentito l’urgenza di recensirlo.

Di cosa parla il libro? Di niente. Mi immagino la difficoltà dell’editore per trovargli un titolo, roba da mettersi le mani tra i capelli.
Sono riflessioni, ricordi, aneddoti, intuizioni, racconti brevi. È struggente, è divertente, malinconico, intenso. Per questo non riesco a leggerne più di due o tre pagine al giorno: poi, devo lasciarlo decantare.

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La vita è una pizza parla dell’essere genitori e dell’essere figli. Su di me ha l’effetto di una chiacchierata sul balcone, dopo cena, con un amico di lunga data; una conversazione fatta più di silenzi che di parole e in quei silenzi c’è tutto. Forse è perché abbiamo avuto infanzie e adolescenze simili che riesco a capire il sentimento dietro le parole di Stefano, e quando spiega che sentiamo il bisogno di scrivere un sms mentre si sta alla guida perché siamo stati adolescenti negli anni Ottanta mi viene voglia di offrirgli una birra per la gratitudine. Anche due.

Fatto sta che il suo libro mi ha commosso più di quanto sarebbe giustificabile, al punto che ho dovuto capire le ragioni. Credo sia dovuto al fatto di aver risvegliato le emozioni di quella amicizia londinese in cui bastava un niente per cogliere le sfumature e i sottintesi di una frase, entrare nell’animo dell’altro.

A proposito, sono andato a cercare Giovanni su Google. È diventato professore di Psicologia dello sviluppo e dell’educazione presso l’Università Cattolica, dove si era laureato. La cosa mi ha riempito di una felicità che non so spiegarmi, ma credo che Stefano saprebbe farlo.

(Per associazione di idee: Gatto morto, Storie di ordinari decessi )

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