Rossella Boriosi

Capita che le persone mi raccontino storie. Donne, perlopiù, che a un certo punto delle loro vite sono state costrette a reinventarsi. Le loro sono storie intense, belle, di persone con tanto da dire e molto da fare e che non si riconoscono nella rappresentazione che di loro danno i media, indecisi tra Sora Lella e Belén. [mediakit]

Tutto quello che so l’ho imparato grazie a “I Quindici”

quindici

Tagliarsi regolarmente capelli e unghie è importante.  Se li lasciassimo crescere, finiremmo per somigliare a Pierino Porcospino.

Giocare coi fiammiferi, vietatissimo: in men che non si dica potremmo prendere fuoco e finire bruciati. Di noi rimarrebbe solo qualche unghia, e un paio di gatti a piangere la nostra scomparsa.

Di amore si muore, basti vedere cos’è successo al Grillo e alla Formicuzza.

quindici-zio-lupo

Prima di internet, al riparo delle ipocrisie della political correctness, erano I Quindici a insegnare a generazioni di bambini come si sta al mondo.

L’edizione del 1966  profuma di cera per pavimenti, ordine, rigore, ottimismo e qualcos’altro che non so dire ma ha a che fare con l’entusiasmo dell’infanzia, qualcosa che associo alla creatività, al senso della possibilità: costruire un sottomarino con le scatole di cartone, creare da sé i mobili della cameretta usando materiale di recupero (il pratico vassoio per giochetti,completo di campanella con cui chiamare la mamma alla bisogna), realizzare un grazioso giardinetto con carote e ravanelli, iniziare una collezione di cordoncini, spighette, nastri e altre “cose belle” e infine le mie pagine preferite:

quelle che insegnavano a cucire un costume da pattinatrice per la propria bambola e un paio di vezzose ciabattine con fiocco per sé.

Quindici

I dorsi colorati rimandano a un’infanzia in cui ci si divertiva e il mondo era semplice: i “libri del come e del perché” in realtà non spiegavano proprio nulla, limitandosi a descrivere in maniera didascalica quanto era immediatamente evidente, ma tanto bastava –  ai miei occhi di seienne – per credere di possedere un tesoro di conoscenze che mi avrebbero permesso di diventare qualsiasi cosa avessi voluto. Persino un’astronauta ballerina.

Per tacere del fatto che devo all’ultimo volume la mia educazione sessuale.

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Nemmeno i miei disincantati figli sono sfuggiti  al fasciono de I Quindici: i volumi di filastrocche e fiabe sono stati letti fin alla consunzione per il fascino esercitato da racconti truculenti in cui i cattivi muoiono uccisi e la tristezza viene eliminata estirpando il cuore dal petto con le proprie stesse mani.

I tentativi di creare da soli i propri giocattoli, invece, sono miseramente falliti, principalmente per l’impossibilità di reperire materiali andati estinti:

gommalacca, rocchetti in legno, naftalina in polvere e misteriosi scovolini.

Così di tanto in tanto tiriamo fuori i volumi con l’attenzione destinata agli oggetti di culto, ne misuriamo l’anacronismo, ridiamo delle illustrazioni di bambine con enormi fiocchi in testa e annusiamo le pagine.

“Non riesco a capire di cosa profumino” ha confessato una volta la mia secondogenita. Io lo so: di infanzia degli anni Sessanta

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3 Comments

  1. Moms About Town

    5 gennaio 2015 at 14:07

    I Quindici! Quanto li ho amati e quanto mi hanno ispirata da piccola…Mi divertivo a confrontare e trovare le differenze tra l’edizione della fine degli anni ’60, ereditata dai miei cugini più grandi, con quella della metà degli anni ’70, che avevo a casa.

  2. Moms About Town

    5 gennaio 2015 at 14:07

    E poi mi chiedevo….ma perché non li pubblicano più?!

  3. maurizio

    15 gennaio 2016 at 12:54

    I quindici?!??!?! brividi :) adoro!