Rossella Boriosi

Capita che le persone mi raccontino storie. Donne, perlopiù, che a un certo punto delle loro vite sono state costrette a reinventarsi. Le loro sono storie intense, belle, di persone con tanto da dire e molto da fare e che non si riconoscono nella rappresentazione che di loro danno i media, indecisi tra Sora Lella e Belén. [mediakit]

Un guardaroba da tramandare

guardaroba

Avevo nove anni ed ero seduta sul letto della nonna paterna mentre lei, aperto il suo guardaroba,  vi deponeva dei tesori perché li potessi ammirare.

Ecco le chanel bicolori fatte fare su misura da un artigiano fiorentino; ecco la pochette in seta color acquamarina decorata a turchesi; ecco la pelliccia di astrakan con la cloche abbinata; le spille art decò; la collana di perle di fiume più giri; gli abiti da cocktail col taglio a sacchetto e la stola a contrasto; la parure di perle.

“Un giorno regalerò tutto questo a mia nuora” dichiarava la nonna.
Io toccavo tutte quelle meraviglie impaziente e golosa.
“Ma non tua madre. L’altra nuora, quella brava”

Quel giorno presi due decisioni: 1) avrei avuto figlie femmine e 2) avrei avuto un guardaroba favoloso da tramandare.
Il primo proposito sono riuscita a mantenerlo: il mio parco-figli vanta ben due ragazze.
In secondo..insomma.

Ho delle scusanti: sono stata giovane negli anni Ottanta, basti questo. E comunque non ho mai avuto un portafoglio all’altezza dei miei desideri.

Con il primo stipendio serio acquistai il primo pezzo del mio guardaroba-da-tramandare, un tubino nero in seta e ruches di Rocco Barocco. Negli anni successivi aggiunsi pochi pezzi dal valore più affettivo che reale: capi acquistati per discutere la tesi, presentarsi a un colloquio importante, sedurre un amore impossibile.

Abiti con una storia.

Poi le figlie sono nate, sono cresciute. E ho presentato loro “il guardaroba“.

Il tailleur blu elettrico con minigonna a trapezio e spallone imbottite ha causato moti di ilarità incontrollata. Davvero lo indossavo?! E nessuno aveva da ridire? Da ridere sì, però!
(Quel tailleur, care ragazze, lo acquistai da Kookai a Milano a metà degli anni Ottanta, e mi servì per sedurre un paio di uomini sbagliai e trovare un lavoro per il quale non avevo alcuna competenza)

Lo zainetto nero di Prada è stato ritenuto perfetto per infilarci dentro il ricambio da palestra, le giacche destrutturate di Armani utili per un travestimento carnevalesco (“Se ce le avessi fatte vedere solo una settimana fa!”) la giacca Chanel-inspired roba che neanche la nonna, la gonna longuette di paillettes dei primi anni Novanta bollata come imbarazzante e l’abito in crêpe acquistato per il loro battesimo una naturale conseguenza del baby blues.

Solo il tubino nero con le ruches ha sollevato qualche entusiasmo: corredato da un cappello da strega e boa di piume viola sarebbe stato perfetto per il prossimo Halloween.

Una disfatta.

La sedicenne si è sentita in dovere di spiegarmene il motivo (ché queste ragazzine di moda non sanno molto, ma di stile se ne intendono). Un capo, ha detto, per poter essere tramandato, deve essere eccezionale non solo bello, sennò non diventa vintage: invecchia e basta. “E deve essere un po’ fuori dalle mode del momento. Come le mie Converse, insomma”.

Poi ha arraffato un mucchietto di stracci che avevo messo da parte per gettarli via –  una maglietta striminzita, dei jeans strappati, un cappotto troppo grande e fuori moda – e li ha indossati.

Era bellissima.

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